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Juventus, sette scudetti da manuale del calcio e del management

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Juventus, sette scudetti da manuale del calcio e del management

Non cè dubbio: la Juventus che ha appena conquistato il settimo scudetto e la quarta Coppa Italia consecutivi entrerà nei libri di storia del calcio e nei manuali di management.
Il capitolo del libro di storia sportiva dedicato alla Juventus di Antonio Conte e Massimiliano Allegri (in ordine strettamente cronologico) non necessita di grandi spiegazioni. Il record delle vittorie consecutive, ancora aperto, dice molte cose. Altre si possono vedere guardando in controluce questi anni.

La “ferocia” con cui perseguire il risultato
La principale è la vocazione camaleontica di questa squadra, che è molto cambiata negli anni, ma in cui si intravede una precisa linea di continuità nella concretezza e nella ferocia con cui raggiunge il risultato. Antonio Conte l’aveva impostata con un classico 4-4-2 ma prima della fine del girone d’andata, per esaltare la grande forza difensiva di quella che sarebbe diventata la BBC (i difensori Barzagli, Bonucci e Chiellini più il totem Buffon) aveva virato suol 3-5-2. È stata una squadra, la prima, quella del 2011-2012, che ha fatto grande ricorso a schemi e gioco organizzato, che ha goduto dell’ultimo distillato di Del Piero e di un Pirlo che nei suoi anni bianconeri avrebbe reso il suo tramonto simile a un’alba.

Il “tremendismo” di Conte
Nell’era Conte si è vista una Juventus feroce, arrivata alla conquista del primo scudetto imbattuta e giunta al record dei 102 punti nel secondo anno. Per definirla venne coniato un neologismo: il “tremendismo”, quella voglia di vincere tutte le partite tenendo i calciatori sulla corda sempre, dalle amichevoli alle partitelle di metà settimana. Alla fine del terzo anno, il tremendismo ha finito per svuotare proprio le energie del tecnico che riteneva improbabile la continuazione con successo del progetto e ha lasciato.

Il metodo di Allegri
Il toscano Allegri ha avuto il merito di raccogliere il testimone da Conte e di incanalare la squadra su binari diversi. La difesa a quattro e poi quattro attaccanti contemporaneamente in campo, una minore esasperazione agonistica, la ricerca del controllo del gioco. La capacità di dosare gli uomini e le forze, di cambiare moduli e interpreti in corsa, di rinunciare alle stelle sacrificate al bilancio (Pogba, Tevez, Bonucci) e di lanciare giovani campioni (Dybala, Morata), di dosare bastone e carota e di non farsi influenzare dai curriculum nel momento di fare la formazione. Sono rimasti in panchina in match decisivi Vidal (sfida scudetto 2015 contro la Roma), Bonucci (match cruciale della Champion's League 2017 contro il Porto), Higuain (finale di Coppa Italia 2018) e Dybala (partita-scudetto del 2018 contro l’Inter). Il metodo Allegri ha portato due finali di Champion’s League e due eliminazioni epiche negli ultimi trenta secondi di partita contro Bayern Monaco e Real Madrid che hanno paradossalmente consolidato lo spessore europeo della Juventus più di tante vittorie.

La Juventus di Allegri, soprattutto quest’anno, poteva giocare meglio? Probabilmente sì, ma non avremo mai la controprova che un gioco più votato all’attacco avrebbe garantito gli stessi risultati. Ma anche quest’anno la Juventus è stata capace di mezz’ore abbacinanti (il secondo tempo nella finale di Coppa Italia contro il Milan, il primo tempo contro il Tottenham, per esempio) e di tenere in campionato una velocità di crociera superiore alla media che l’ha portata sopra i 90 punti, l’eccellenza assoluta. Allegri ha preferito un calcio più italiano, molto organizzato in difesa ma che dà grande spazio alla fantasia dei singoli in attacco. Come diceva il vecchio slogan di uno pneumatico, la potenza senza controllo è nulla. Come il gioco senza risultato.

Governance e manager il punto di forza
Ma i successi sul campo di questa Juventus non nascono dal caso. Sono il frutto di un lavoro dietro le quinte che meriterà certamente più di un capitolo nei manuali di management, non solo sportivo. Si parlerà della prima squadra di calcio italiana capace di dotarsi di un progetto di medio-lungo periodo e in grado di coniugare l’efficienza gestionale con le vittorie sportive.

Il primo punto di forza dell’azienda Juventus sono governance e manager. La governance, una dei rari casi di duale riuscito, poggia su un presidente operativo, Andrea Agnelli, che si occupa delle linee strategiche e della proiezione internazionale del club (è anche presidente dell’Eca, l’associazione dei maggiori club europei) e su due amministratori delegati. Andrea Agnelli ha preso il timone nel 2010 dopo l’anno in serie B post Calciopoli e la successiva transizione. Agnelli ha scelto Conte e ha affidato la gestione operativa a due amministratori delegati, Aldo Mazzia per la finanza e Giuseppe Marotta per l’area sportiva, disegnando il perimetro in maniera rigorosa: tendenza al pareggio operativo, indebitamento compatibile con il fatturato, sviluppo delle aree di ricavo non legate all’attività sportiva.

Con la presidenza Agneli i numeri decollano
I numeri sintetizzano la presidenza di Andrea Agnelli: nel 2010 il fatturato, escluse le plusvalenze da compravendite di calciatori, era di 154 milioni (il Milan era a 235 e l’Inter a 211), nel 2017 è stato di 405 milioni (Milan 191 e Inter 262 milioni), le attività la qualificano. Durante la presidenza Agnelli è stato inaugurato lo stadio di proprietà (oggi Allianz Stadium), il centro sportivo della Continassa dotato anche di un albergo, un polo di formazione scolastica per i giovani calciatori e il JMedical, un poliambulatorio aperto al pubblico. Il lavoro di diffusione commerciale del brand, cambiato l'anno scorso per renderelo più accattivante sul mercato (a proposito, quanto sembrano antichi i simboli delle altre squadre?), è continuo ed esplora nuove aree e modalità operative. Juventus, per esempio, unica squadra al mondo, vende in proprio il merchandising sportivo invece di incassare semplicemente le royalties. Questa scelta ha contribuito a portare i ricavi commerciali a 114 milioni raddoppiandoli in 5 anni. Come contribuirà alla diversificazione anche lo sviluppo delle attività commerciali, ultime le caffetterie Undici che saranno aperte in tutto il mondo con Segafredo. Perché i ricavi da diritti sportivi, 230 milioni, pesano ancora troppo sul fatturato, ma la strada intrapresa è quella giusta.

Giuseppe Marotta, “numero 10” dei manager sportivi
La gestione sportiva affidata a Giuseppe Marotta, considerato unanimamente il miglior manager del calcio italiano, pur stretta nei vincoli di spesa, ha saputo mettere a segno grandi colpi di mercato anche a costo zero. Pirlo, Pogba, Coman e Khedira i casi più eclatanti: campioni di prima grandezza regalati alla squadra e plusvalenze notevoli regalate al bilancio. Grande merito va anche al capo della gestione sportiva Fabio Paratici, un ex centrocampista di medio talento diventato un fuoriclasse del calciomercato. La leggenda metropolitana narra che Paratici non si separi mai dai post-it su cui appunta formazioni, calciatori sul mercato, prospetti futuri. Prima di ogni acquisto vuole sapere tutto del potenziale juventino: scuole e amici frequentati, famiglia e abitudini, hobby, vizi e virtù. Con Marotta ha escogitato le operazioni creative che hanno consentito di portare a Torino calciatori apparentemente fuori portata: Morata, con la formula della recompra per il Real Madrid, ha prodotto una plusvalenza di dieci milioni ed è stato in organico per due anni. Cuadrado e Douglas Costa, invece, sono arrivati in prestito con un obbligo di acquisto differito negli anni che ha spalmato l’ammortamento e consentito al venditore (Chelsea e Bayern Monaco) di non contabilizzare minusvalenze.

Le vittorie valorizzano il brand
Vincere è l’unica cosa che conta, è lo slogan della Juventus. Di certo le vittorie a grappolo di questi anni hanno consentito di valorizzare il brand (e le sponsorizzazioni) e il parco calciatori. Gli scudetti e le coppe hanno un valore emotivo inestimabile, ma sette campionati e due finali di Champion’s hanno più che raddoppiato il fatturato e hanno avuto un impatto decisivo sui conti. Confermarsi è più difficile che arrivare, ma a Torino sanno che senza lo sforzo di irrobustire i fondamentali patrimoniali e finanziari nessuna vittoria è possibile. Gli sceicchi non abitano sotto la Mole. La cultura del lavoro e la programmazione sì. In Italia la Juventus dovrebbe essere un esempio e non solo nel mondo del calcio. Quando sarà scritto sui manuali di management e gestione aziendale se ne accorgeranno anche i denigratori di professione e i chiacchieroni da bar sport.

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