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Vorrei ma non posso/2

M5S-Lega, perché gli «eurocrati» di Bruxelles non possono finanziare il reddito di cittadinanza

Una tra le principali avversarie del governo Lega-Cinque stelle? L'Europa «dei burocrati». La fonte di finanziamento del reddito di cittadinanza, tra i piatti forti del «Contratto per il governo del cambiamento» ? Neppure a dirlo, sempre l'Europa.

A quanto si apprende dalla bozza dell'intesa, ancora in via di elaborazione tra Salvini e Di Maio, i due partiti sarebbero intenzionati a finanziare il reddito di cittadinanza attingendo al Fondo sociale europeo, uno strumento per sostenere politiche di contrasto alla disoccupazione e all'esclusione sociale.

Il problema è che, a quanto è emerso da Bruxelles, la Commissione europea è intenzionata a trasformare il fondo in uno strumento di stimolo alle «riforme strutturali» chieste dalla Ue. Tradotto: il denaro sarà elargito solo in cambio di riforme allineate al progetto di una maggiore coesione fra gli Stati membri. Non proprio quanto si annuncia nell'accordo fra Salvini e Di Maio, dove spuntano - fra le altre cose - la proposta di «ridiscutere il contributo italiano alla Ue», una «modifica radicale del fiscal compact» e un intero capitolo sul «business dell'immigrazione». Con toni lontani dalle spinte solidali che si intravedono per il prossimo bilancio comunitario.

Cos'è il fondo sociale e come vorrebbero usarlo Lega e Cinque stelle
Il fondo sociale europeo è il più antico fra i fondi strutturali, le risorse impiegate dall'Unione per affrontare alcuni temi chiavi sull'agenda dell'Unione. Per il periodo che va dal 2014 al 2020 si parla di un budget di circa 87 miliardi di euro in arrivo dal bilancio comunitario e altri 37 miliardi messi sul piatto dagli Stati membri, per un totale di circa 120 miliardi di euro. Le risorse del Fse sono destinate però alle cosiddette politiche attive, come la formazione di lavoratori disoccupati, o a misure di inclusione sociale per le fasce più deboli della popolazione. Qual è il nesso con il reddito di cittadinanza, di fatto un sussidio (passivo) da 780 euro per le persone sotto a una certa soglia di reddito? 

La risposta è nella bozza di programma di Cinque stelle e Lega, quando gli autori spiegano che «andrà avviato un dialogo nelle sedi comunitarie al fine di applicare il provvedimento A8 0292/2017» approvato dall'Europarlamento nell'ottobre dell'anno scorso. Il testo in questione invita la Commissione ad esaminare le «possibilità di finanziamento per aiutare ciascuno Stato membro a istituire un regime di reddito minimo, ove inesistente», oltre a «a monitorare specificamente l'utilizzo del 20% della dotazione complessiva dell'Fse destinato alla lotta contro la povertà e l'esclusione sociale». Insomma: il neogoverno Lega-Cinque stelle spenderebbe una quota del fondo sociale per finanziare parte del reddito di cittadinanza. Solo una parte, appunto. Il costo complessivo della misura è stimato da Lega e Cinque Stelle a 17 miliardi di euro l'anno. Il bacino del Fondo sociale potrebbe garantire, come ha scritto oggi il Sole 24 Ore, non più di 330 milioni di euro. Una percentuale minima.

Il paradosso politico. E i rischi effettivi
L'attenzione ai soldi della Ue, e al ruolo della Commissione, suona abbastanza inusuale rispetto agli appelli alla «rinegoziazione dei trattati europei» che Salvini ha posto sul tavolo fin dal primo giorno di dialogo con i Cinque stelle. Ma il cortocircuito rischia di essere più pratico che politico. L'agenzia Ansa ha preso visione in anteprima della proposta di un nuovo Fse elaborato dalla Commissione per il periodo 2021-2017.

Il nuovo strumento, forte di un budget Ue di circa 90 miliardi di euro, affiderà la gestione delle risorse ai governi (e non alla regioni, come succede ora) e si concentrerà sul conseguimento di una maggiore «coesione sociale». Da attuarsi con riforme che vadano nella stessa direzione della Ue, il vero vincolo per ottenere i finanziamenti ambìti (anche) dall'eventuale maggioranza tra grillini e leghisti. Le premesse potrebbero essere migliori. Tra gli obiettivi Ue c'è l'integrazione di stranieri provenienti da paesi terzi, cioè extraeuropei. Non il contrario, ma quasi, di quello che si legge al capitolo «Immigrazione» della bozza di intesa tra Salvini e Di Maio: dal «superamento della Convenzione di Dublino» alla «riduzione della pressione dei flussi sulle frontiere esterne».

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