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Nessuna scorciatoia per il debito: serve più crescita

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Nessuna scorciatoia per il debito: serve più crescita

Ora che il work in progress sul contratto di governo (non una bozza, come ha fatto sapere il Quirinale) si sta per concludere, alcuni punti fermi vanno ribaditi. Anche nella “terza repubblica” evocata dal leader politico dei Cinque stelle Luigi di Maio, non esistono scorciatoie sul debito pubblico. La strada maestra passa in via pressoché obbligatoria da azioni di politica economica in grado di elevare il potenziale di crescita dell’economia.

Se si mantiene un avanzo primario tra i 3 e il 4%, e il Pil nominale cresce attorno al 2,5/3% l’anno, il debito può ridursi in modo significativo e tornare sotto il 100% del Pil in un lasso temporale ragionevolmente ravvicinato. A patto che non intervengano variabili interne sotto la forma di finanziamenti in deficit delle promesse elettorali, minaccia potenziale per chi il nostro debito lo finanzia per oltre 400 miliardi l’anno. Non possiamo permetterci una stagione di “riforme à la carte”, utile forse a lucrare consensi nell’immediato ma privo della necessaria direzione di marcia.

Rivedere e razionalizzare la nostra spesa pubblica (pari a circa 840 miliardi) è operazione utile e doverosa, ma bisogna aver ben chiaro che tagli di spesa privi di un oggettivo vincolo di destinazione (la progressiva riduzione della pressione fiscale a partire dal cuneo fiscale), possono aver effetti recessivi al pari dell’aumento dell’Iva che opportunamente si vuole evitare. Certo si possono rivedere le cosiddette tax expenditures, avendo però chiaro in mente che comunque si tratterebbe di aumenti della pressione fiscale. E certo non pare opportuno inaugurare la legislatura con condoni fiscali di qualsivoglia natura. Le riforme, certo, vanno attuate e realizzate, e al primo posto occorre inserire la revisione della nostra macchina amministrativa, ma avendo definito il progetto-paese che s’intende realizzare.

Il contratto M5S-Lega che spaventa lEuropa, a partire dalla cancellazione di 250 miliardi di debito pubblico

Sui conti pubblici, il confronto con Bruxelles e con i partner europei, ben lungi da improvvide ipotesi che non compaiono nel dna di uno dei paesi fondatori dell’Unione europea, deve puntare - con un approccio che a tratti può anche essere muscolare - a spuntare flessibilità a fronte di un piano ben ponderato e qualificato di investimenti pubblici. Quanto alla revisione dei Trattati a partire dal Fiscal compact, la strada (certamente percorribile in via di principio) è a dir poco impervia. Occorre ottenere il consenso di tutti i 27 Stati membri, con una procedura che può protrarsi per anni e che coinvolge Commissione e Consiglio europeo, nonché il Parlamento europeo e in un’ultima istanza i parlamenti nazionali che dovranno recepire le modifiche nei rispettivi ordinamenti. Si può e si deve porre con forza in Europa il tema del superamento della stagione del rigore, ma occorre presentarsi al tavolo delle trattative con i conti in ordine. E tenendo ben presente (non è stato casuale il riferimento a Luigi Einaudi da parte del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella) i vincoli posti dall’articolo 81 della Costituzione, che il nostro Parlamento ha reso ancor più stringenti attraverso l’inserimento nella nostra carta fondamentale dell’obbligo «all’ equilibrio di bilancio».

Non ci sono scorciatoie per ridurre il debito

Il debito pubblico non è una maledizione divina, soprattutto se è sostenibile e può contare su quell’indispensabile, prezioso elemento che si chiama fiducia-reputazione. Ma è materia molto delicata, e basta poco a invertire la rotta, come mostra l’impennata di ieri dello spread che è arrivato a toccare i 151 punti base, per poi chiudere a quota 147. Siamo fortunatamente lontani dalla soglia di allarme, ma il segnale non andrebbe sottovalutato.

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