Italia

Se l’Italia sbaglia bersaglio in Europa

  • Abbonati
  • Accedi
analisi

Se l’Italia sbaglia bersaglio in Europa

(Fotogramma)
(Fotogramma)

Scoppierà la bomba italiana in Europa o ansie e fibrillazioni di queste ore sui mercati e nelle cancellerie Ue finiranno per rientrare nell'alveo delle normali incertezze che dovunque accompagnano l'avvento di un nuovo Governo? L'interrogativo è diventato il nuovo incubo di un'Unione che, di questi tempi e da qualunque lato la si guardi, ostenta fragilità politica e unità a dir poco precaria.

Che dunque non ha bisogno di aggiungere problemi a problemi ma di risolvere invece e presto quelli, interni ed esterni, che ha già.

Non a caso ieri, nei corridoi del vertice di Sofia, si sono rincorse le domande preoccupate dei leader europei sull'Italia e il suo futuro prossimo. Non a caso, rompendo con la sua proverbiale cautela, il premier uscente Paolo Gentiloni, ha invitato il Governo che gli succederà a non sconfessare le scelte fondamentali del paese su alleanze internazionali, politiche anti-debito e anti-deficit, controllo dei flussi migratori: «A esserne danneggiati non sarebbero gli euroburocrati ma i cittadini italiani». Nei rapporti tra Italia ed Europa e viceversa a creare allarme e diffidenze non è la promessa del cambiamento ma il modo di attuarlo: non entro i binari delle regole e dei Trattati Ue o nell'ambito di un disegno di revisione faticoso ma concordato con i partner ma, apparentemente, secondo uno schema di rottura unilaterale che ne faccia terra bruciata senza guardarsi indietro e neanche intorno.

E così, dopo che per settimane avevano seguito con calma sussulti e grida che accompagnavano il travaglio per siglare l'alleanza tra i due movimenti euroscettici che hanno vinto le elezioni del 4 marzo, di fronte al sospetto di uno strappo anarcoide e incontrollato dell'Italia dall'Europa e dall'euro, i mercati si sono subito fatti vivi, gli spread con il bund hanno ripreso la corsa, la Borsa ha ceduto terreno. In breve, è ricomparso lo spettro della temutissima instabilità dell'eurozona, richiamato questa volta non dalla crisi greca, gestibile, ma dalle possibili sbandate della sua terza economia con tutto il potenziale distruttivo che si porterebbe dietro per l'esistenza stessa della moneta unica: troppo grande e indebitata per essere salvata, come Grecia e Portogallo, dal Fondo Salva-Stati, ripescabile solo dalla Bce ma a che prezzo e a quali condizioni? Naturalmente, meglio non correre alle conclusioni delineando scenari catastrofici quando ancora il Governo non è fatto e il suo programma da finalizzare.

Per questo ieri il presidente francese Emmanuel Macron si è messo alla finestra: senza esprimersi sull'alleanza «tra forze paradossali ed eterogenee> e fidando sul «coerente europeismo» del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Parole comunque eloquenti.Se è vero che con il suo peso specifico l'Italia da sola sarebbe in grado di prendere in ostaggio il futuro dell'Europa bloccandone le chances di auto-riforma (peraltro facendo un favore ai tanti Governi del Nord apertamente riluttanti), è altrettanto vero che quando accusa l'Europa di quasi tutti i suoi guai sbaglia bersaglio. Come lo sbaglia da sempre l'Europa quando la taccia di irresponsabilità finanziaria continuata. Con un avanzo primario ininterrotto negli ultimi 20 anni (unica eccezione il 2009), fatto senza precedenti nell'eurozona, se il suo mega-debito (132%) non scende lo si deve al “peso del passato” oltre che a una crescita economica asfittica, insufficiente a ridurre il rapporto con cui è misurato: l'anno scorso il Pnl in termini reali era fermo al livello del 2003 e quello pro capite uguale al livello del 1999. Tanto per capirsi, dice un esperto Ue, se la Francia avesse avuto lo stesso avanzo primario, il suo debito oggi sarebbe al 45% invece che al 97% grazie a una eredità finanziaria migliore e a una crescita decisamente più dinamica.

Dunque, non sono l'assalto a disciplina e vincoli di stabilità europei, né la politica della libera spesa la ricetta miracolosa. Sono le riforme strutturali per rilanciare crescita, efficienza di sistema e produttività: pro capite quest'ultima negli ultimi 20 anni è scesa dello 0,1% annuo, mentre in Spagna aumentava dello 0,6, in Germania dello 0,7, in Francia dello 0,8. Sono lo stop al declino demografico, anche della forza-lavoro, il ripensamento del modello industriale, un fisco moderno e a misura delle sfide globali. È questa la vera svolta epocale che potrebbe restituire prosperità, sicurezza e futuro al paese e su questo fronte l'Europa potrebbe dargli più di una mano in termini di aiuti. Invece le spese folli come l'assalto cieco ai patti europei ci farebbero finire nell'angolo, complicando invece di risolvere i nostri problemi: dal debito in giù. In Europa per fare riforme ci vuole l'unanimità. La rivolta solitaria non paga. Tenerne conto con pragmatismo non guasterebbe. A nessuno.

© Riproduzione riservata