Lifestyle

Basta ribaltoni, il Giro va a Chris Froome. Dumoulin secondo

  • Abbonati
  • Accedi
ciclismo

Basta ribaltoni, il Giro va a Chris Froome. Dumoulin secondo

Christopher Froome. (Afp/Luk Benies)
Christopher Froome. (Afp/Luk Benies)

Un Giro che lascia ancora senza fiato per tutto quello che è successo. Lo stesso Froome, che pure ha già vinto 4 Tour de France e una Vuelta di Spagna, alla fine è frastornato ed emozionato come uno stagista. Non si rende ben conto di quello che ha fatto. Guarda nel vuoto. Cerca conferme dai compagni. Che qualcuno gli dia un pizzicotto per fargli capire che non è un sogno.
“E' davvero il mio sogno che si realizza. Una vittoria speciale che mi dà una gioia incredibile… Sono contento perchè non ho mai mollato. Anche quando tutti mi dicevano di lasciar perdere, di ritirarmi. Io invece ci ho creduto fino alla fine, come ci ha creduto tutta la mia squadra” conclude Froome.

Tutto vero. Da sottoscrivere. Solo tre giorni fa, al di là dell'exploit sullo Zoncolan, Froome sembrava tagliato fuori dal podio dopo un Giro marchiato da cadute e delusioni. Il Giro della scalogna, delle occasioni mancate, degli avversari che hanno sempre qualcosa in più. Invece, eccolo qua, ormai con la maglia rosa nella valigia, felice come un bambino cui hanno fatto il regalo più atteso.

A Cervinia chiude con un settimo posto, rispondendo agli attacchi del suo unico e ultimo rivale, l'olandese Tom Dumoulin. L'orange ci prova a cinque chilometri dal traguardo, ma non c'è storia. La maglia rosa è vigile e perfino più pimpante dell'olandese. E infatti alla fine gli porta via ancora sei secondi. Quasi a ricordare che quella maglia rosa non l'indossa per caso. Che questo è il finale più giusto. Che il più forte è lui, Chris Froome, il keniano bianco nato 32 anni fa a Nairobi , entrato nel cerchio magico dei dei magnifici sette che in carriera hanno vinto le tre grandi corse a tappe, Giro, Tour e Vuelta di Spagna. Il primo britannico ad aver conquistato la maglia rosa. Che ora andrà Roma, sui Fori imperiali, a prendersi applausi e fiori, come i grandi condottieri di un tempo. Del resto, in un Giro partito da Gerusalemme, miglior finale non si poteva sperare.

Questa volta, nell'ultima tappa di montagna, andata a Mikel Nieve, fedele gregario di Yates, abile a infilarsi nella fuga di giornata, l'unica vera sorpresa viene da Thibaut Pinot. Il francese ha un crollo verticale, una crisi quasi identica a quella Yates. Gambe vuote, occhi spenti, il serbatoio completamente asciutto. Perde più di mezz'ora lasciando il terzo posto al colombiano Miguel Lopez che precede Richard Carapaz e il nostro Domenico Pozzovivo, quinto e migliore degli italiani, dopo l'amaro ritirata di Fabio Aru.
E' la fine di un Giro bellissimo ma che ha spremuto tutti. Lo stesso Dumoulin lo conferma dopo l'arrivo: “Non ho rimpianti. Ho dato tutto quello che avevo. Sono soprattutto contento di una cosa: che è finita”.

In effetti, un secondo posto dietro questo Froome, capace di staccare tutti sul Colle delle Finestre percorrendo da solo 82 chilometri, non è una battuta d'arresto. Qualcuno accusa Dumoulin di aver aspettato troppo nella tappa di Bardonecchia. Di non essersi buttato a capofitto nella discesa del Sestriere per aspettare Pinot, Lopez e compagnia. Che perdere un Giro per 46 secondi non è il massimo della vita. Che dire? Che a parlare sono bravi tutti. Soprattutto con il senno di poi. La verità è una sola: che nessuno fino a tre giorni fa avrebbe scommesso un euro (una lira sarebbe troppo poco) sulla rinascita di Froome. Mai e poi mai che avrebbe conquistato la maglia rosa. In realtà, smaltite le botte, Froome ha recuperato gambe e morale. In più gli va dato atto di aver due cose che gli altri avversari non hanno: uno squadrone formidabile come Sky e una tenacia davvero fuori dal comune. Non è bello da vedere, non è specialista, cade perfino in salita, ma alla fine ha una capacità di stare sul pezzo che non ha nessuno. E questo gli va dato atto, ora che torna fuori anche tutto il tormentone del salbutamolo, della spada di damocle del tribunale antidoping che prima o poi dovrà decidersi a emettere una sentenza su una vicenda che risale alla Vuelta del 2017. Una giustizia lenta non è mai giustizia, dicono i migliori giuristi. Peccato che nel ciclismo questa sia la regola. “Qui al Giro ho pensato solo alla corsa…” precisa Froome, incredulo che qualcuno, dopo queste emozioni, torni sull'argomento doping. “Io so che non ho fatto nulla di male. E voglio dimostrarlo più presto possibile”. Un auspicio pieno di buon senso. E quindi non andrà così.

© Riproduzione riservata