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Il ritiro di Fabio Aru: «Non mi resta che resettare»

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Il ritiro di Fabio Aru: «Non mi resta che resettare»

In questo Giro d’Italia che sta finendo c’è solo un vero sconfitto. E non è Simon Yates che, comunque, ha tenuto la maglia rosa per 13 giorni vincendo 3 tappe. Sul Colle delle Finestre è crollato, certo, finendo a oltre trenta minuti da Froome. Ma Yates precipita dopo aver dato spettacolo per due settimane. Dopo aver lottato, forse addirittura oltre le sue possibilità.
No, l’unico vero sconfitto è il nostro Fabio Aru, che ha abbandonato la corsa sulle montagne piemontesi, ultimo atto di un Giro d’Italia disastroso. È la prima vota che il campione italiano getta la spugna in una grande corsa a tappe.

Una resa senza condizioni. Uno smacco non semplice digerire. Era la prima volta, infatti, che il sardo partiva con i gradi di capitano unico. A quasi 28 anni avrebbe dovuto essere il suo esame di maturità. Un modo per diventare grande, e affrancarsi dal non facile ruolo di “erede” di Vincenzo Nibali, un campione straordinario che ancora adesso riesce a lasciare il segno. Un tracollo come quello di Aru, costringe a rivedere tutto. Non solo il programma di una stagione, ma tutto il suo modo di affrontare una corsa per capire che cosa non ha funzionato. Le sconfitte aiutano a crescere, certo, ma se le si affronta con coraggio e lucidità. Altrimenti sono guai.

«Non mi resta che resettare» ha detto con mestizia il sardo. Non sarà facile. Peccato. Perchè in un Giro cosi emozionante e spettacolare, a mancare sono stati proprio gli italiani, puntuali solo negli sprint con Elia Viviani (4 vittorie). Il resto, a parte il buon Domenico Pozzovivo, è poca cosa. Comparse di un grande spettacolo. Ora tocca aggrapparci, per il prossimo Tour, ancora a Vincenzo Nibali. E meno male che c’è.

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