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Debito e fine Qe, meno emissioni 2019 ma 30 miliardi in più sul mercato

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ALLARME CONTI

Debito e fine Qe, meno emissioni 2019 ma 30 miliardi in più sul mercato

Sui vincoli di finanza pubblica «bisogna misurare i passi per evitare di finire nel burrone», anche perché a differenza del 2011, quando l’attacco arrivò da fuori, l’Italia vive ora una «crisi endogena». L’allerta arrivata ieri dal governatore di Bankitalia Ignazio Visco incrocia una fase delicata per il nostro debito pubblico che, rilancia l’ad di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, non si può «mai mai mai immaginare di aumentare», perché una sua crescita «sarebbe la condizione per mettere in difficoltà i risparmi degli italiani e per fare accelerare lo spread». L’orizzonte di una condivisione europea dei rischi continua ad allontanarsi («Il debito è un problema che va risolto dall’Italia», ha detto chiaro e tondo ieri il ministro delle finanze tedesco Olaf Scholz), mentre il consiglio direttivo della Bce del 14 giugno sembra avvicinare le decisioni sulla fine del Quantitative easing (come spiegato sul Sole 24 Ore di giovedì).

A misurare le conseguenze della probabile chiusura del programma di acquisti non convenzionali interviene la nuova edizione del “cruscotto sul debito”, che sarà pubblicata questa mattina dall’Ufficio parlamentare di bilancio. Secondo i calcoli dell’Authority sui conti pubblici, l’anno prossimo gli investitori privati dovranno assorbire 200,9 miliardi di euro di titoli di Stato a medio e lungo termine, cioè 30,6 miliardi in più dei 170,3 di quest’anno. E questo aumento, del 18%, rimarrà tale solo a patto di rispettare alla lettera i tendenziali di finanza pubblica scritti nell'ultimo Def. Se a ritoccare il percorso interverranno nuove misure di spesa senza copertura o riduzioni di entrata, dovrà crescere anche l’impegno sul mercato. Il contrario succederebbe invece nel caso (oggi poco probabile) di un balzo della crescita in grado di spingere le entrate fiscali.

GLI SCENARI

Ma andiamo con ordine. L’uscita graduale di scena degli acquisti di Francoforte non è certo inattesa, ma è un altro elemento importante da tenere in considerazione. In valori assoluti, il prossimo è un anno tranquillo sul fronte dei Btp, perché il ritmo delle scadenze chiede di collocare titoli per 222 miliardi (sono 380 i miliardi complessivi con i bond a breve). Si tratta più o meno degli stessi livelli di quest’anno (225 miliardi), parecchio inferiori per esempio ai 275 miliardi raggiunti dalle aste 2016. Quell’anno, però, il Qe ha fatto passare dalla Bce il 45% delle emissioni a medio lungo termine; nel 2018, nello scenario di base che prevede un ultimo capitolo di acquisti dell’Eurosistema a 15 miliardi al mese a ottobre-dicembre e da gennaio il solo reinvestimento, Francoforte si limita a coprire il 24% dei nuovi titoli, e l’anno prossimo i reinvestimenti peseranno al massimo per il 9%. L’incrocio fra prezzi e rendimenti sarà determinante nella fortuna dei titoli italiani. Ogni previsione è prematura, ma le fiammate registrate anche ieri non sono da sottovalutare. Certo, il rialzo dei rendimenti a breve è il più preoccupante perché misura la percezione di rischi immediati. Ma è quello sui Btp a scaricare l’eredità più pesante.

La settimana che si è appena chiusa ha confermato un livello quasi doppio rispetto ai 120-130 punti base su cui il differenziale con i Bund ha viaggiato tranquillo per i primi quattro mesi e mezzo dell'anno. Per i titoli decennali significa un rendimento a cavallo del 3%, contro l’1,8-1,9% registrato fino a metà maggio: e una dinamica del genere, quando si consolida, costa. I modelli statistici Upb, riportati nella nota 3 dell’ottobre scorso, indicano in 4,5 miliardi il costo aggiuntivo prodotto da uno shock di 100 punti base nella spesa per interessi da mettere in conto nel 2019. Senza inversione di rotta, il peso aggiuntivo salirebbe a 6,6 miliardi nel 2020. Lo spread agita il dibattito solo nelle fasi acute, ma sul bilancio pubblico si fa sentire in modo decisamente più stabile. E doppio. L’effetto trascinamento della crisi del 2011 ha prodotto una spesa maggiore per interessi per 47,2 miliardi in sei anni, e ha accorciato la durata media dei titoli perché quando i rendimenti crescono le emissioni si abbreviano per limitare le ricadute sul futuro. Dal 2012, la durata media delle nuove emissioni è risalita rapidamente, fino al picco dei 6,6 anni medi del 2016: ma cambiare i connotati di uno stock di debito come il nostro è un lavoro lungo, e la durata media dei titoli in circolazione è ancora sotto i 7,1 anni a cui era arrivata prima della crisi.

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