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Its passepartout per il lavoro, ecco perché vanno potenziati

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Its passepartout per il lavoro, ecco perché vanno potenziati

Governance semplificata. Finanziamento stabile sulla base di piani triennali di sviluppo. Un più stretto raccordo con i ministeri dello Sviluppo economico, in chiave Industria 4.0, con il Lavoro (oltreché con il Miur) e con il mondo delle imprese. Gli Its, gli istituti tecnici superiori, l'unico canale formativo terziario professionalizzante, non accademico, hanno bisogno «di un radicale cambio di passo». E Confindustria è pronta a dare il proprio contributo, presentando, oggi, a Venezia Marghera, il pacchetto di proposte indirizzate a Parlamento e governo per far decollare, rapidamente, queste «super scuole di professionalizzazione tecnica e tecnologica».

I contenuti della legge quadro
C'è bisogno di una “legge quadro”, spiega il vice presidente di Confindustria per il Capitale umano, Giovanni Brugnoli: «Intanto va potenziato l'orientamento presso famiglie e studenti. Dai masterchef dobbiamo passare ai mastertech, facendo riscoprire, ai ragazzi, l'orgoglio di una formazione specialistica e tecnica d'assoluta avanguardia». Ciò si realizza con il riconoscimento della «piena dignità» al canale Its, distinto dagli atenei; e garantendo finanziamenti stabili, una programmazione anticipata, e regole più semplici su rendicontazione e governance. Non basta. «Dobbiamo puntare su vere e proprie Academy Its - incalza Brugnoli - rinsaldando il legame con territori e imprese. In questo modo gli Istituti tecnici superiori potranno acquisire maggiore reputation, affermandosi per quello che davvero sono:cioè il canale di alta formazione duale italiano».

Its passepartout per il lavoro
Il punto è che gli Its funzionano, molto bene, ma sono ancora una realtà di nicchia. Oggi infatti si contano 96 Fondazioni Its, gli iscritti oscillano tra gli 8/9mila e solo con l'ultima legge di Bilancio è arrivato un finanziamento aggiuntivo triennale di 65 milioni di euro. Cifre bassissime se confrontate con il canale accademico. L'università ha 1,6 milioni di iscritti ed è finanziata dallo Stato con ben 7 miliardi di euro l'anno; gli Its con poche decine di milioni (di cui peraltro la gran parte messe sul piatto dai territori, e non dal Miur). «Per questo - aggiunge Brugnoli - chiediamo al nuovo governo del cambiamento, un cambiamento vero affinché i due canali, accademico e professionalizzante, abbiano pari dignità e risorse proporzionate. In Europa è così. Vogliamo che lo sia anche in Italia».
Del resto i risultati sono sotto gli occhi di tutti: l'82% dei neodiplomati Its è occupato; in quasi la metà dei casi (46,8%, per l'esattezza) con contratto a tempo indeterminato, e il 90,2% degli impieghi è coerente con il percorso di studio e lavoro svolto dal ragazzo. La ragione del successo è semplice: lo stretto legame degli Its con il mondo del lavoro (il 30% della formazione è infatti “on the job” e il 50% dei docenti proviene dal tessuto produttivo).

Il confronto con l'Europa
C'è da dire, anche, che in tutt'Europa, da anni, esiste un canale formativo professionalizzante, alternativo all'università. Nel Regno unito sono iscritti a queste super scuole “pratiche” 272mila ragazzi. In Spagna l'analogo settore terziario non accademico è frequentato da 400mila ragazzi. In Francia - che con Emmanuel Macron ha deciso di puntare dritto sul rilancio dell'industria - si sale a 529mila iscritti. Per non parlare della Germania, culla del sistema di istruzione duale, che specializza “fuori dalle sole aule degli atenei” quasi 770mila ragazzi. Insomma, anche qui, numeri di gran lunga differenti rispetto agli 8/9mila iscritti degli Its italiani. E che confermano, se ancora ce ne fosse bisogno, l'esigenza di un radicale cambiamento.

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