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CONFERENZA A ROMA

In Africa prospettive per le imprese italiane ma metà della popolazione è ancora sotto la soglia di povertà

Un uomo raccoglie dell’acqua dal un fiume a Cape Town, in Sud Africa (foto Reuters)
Un uomo raccoglie dell’acqua dal un fiume a Cape Town, in Sud Africa (foto Reuters)

Le prospettive di crescita per le imprese italiane in Africa ci sarebbero tutte, ma ancora lo sviluppo tanto atteso, soprattutto sul fronte alimentare, stenta a prendere quota. È il quadro emerso in occasione della Conferenza “Focus on Africa. Sicurezza alimentare, tutela ambientale e sviluppo sostenibile: nuove prospettive per le istituzioni e le imprese italiane”, che si è tenuta oggi a Roma. L’incontro è stato organizzato dall'Università Campus Bio-Medico di Roma insieme a Confindustria Assafrica&Mediterraneo e allo studio legale Pavia e Ansaldo.

Pil africano in crescita, Italia terzo investitore mondiale
In base alle analisi degli ultimi 15 anni, il Pil del continente africano è cresciuto di circa il 5 per cento all’anno, con una crescita dell’interesse per gli investimenti negli Stati del continente che hanno portato l’Italia a diventare, nel 2016, il terzo investitore al mondo presente in Africa, con 31,5 miliardi di dollari di scambi commerciali.

Ancora metà della popolazione sotto la soglia di povertà
Tuttavia, per quanto riguarda il mercato alimentare, ancora nel 2017 la metà della popolazione africana era sotto la soglia di povertà con il 53 per cento degli abitanti senza accesso all’energia elettrica e circa 388 milioni di persone costrette a vivere con meno di due dollari al giorno. Condizioni che non facilitano lo sviluppo di una cultura e di un’economia alimentare più salubre.

D’Agata: aiutiamo il continente a produrre in loco
Che fare? «Aiutare l’Africa a trasformare in loco le materie prime, consentendole di produrre sul posto ciò che oggi importa», ha risposto Pier Luigi D’Agata, direttore di Confindustria Assafrica & Mediterraneo. Le dinamiche subsahariane oggi sono dominate da alcuni “megatrend”: «Nel 2050 - ha spiegato D’Agata - un terzo della popolazione mondiale sarà africana, con tanti giovani e necessità di consumi e lavoro. Poi c’è l’urbanizzazione, con il bisogno di infrastrutture e di gestione delle complessità del territorio, e infine l’emergere di una classe media che vuole nuovi prodotti e servizi». «Con la decisione di creare una zona di libero scambio assunta a Kigali a maggio - ha sottolineato il direttore - si punta a costituire un blocco commerciale con un miliardo e 200 milioni di persone e un Pil di oltre 2500 miliardi di dollari». Per uno sviluppo sostenibile però servirebbero anzitutto trasferimento di know-how e nuove opportunità di impiego. «Tra 33 anni bisognerà dare lavoro a un miliardo e 200 milioni di giovani» ha calcolato D’Agata. «Oggi l’età media delle popolazioni è di 19 anni e non è un caso che ad Abidjan l’ultimo vertice Ue-Africa sia stato dedicato ai giovani».

Calabrò: serve condivisione delle conoscenze
«Bene le imprese, purché operino con “responsabilità etica” e si impegnino nella formazione e nella condivisione delle conoscenze», ha chiarito Raffaele Calabrò, rettore dell’Università Campus bio-medico di Roma. Come modello, Calabrò ha citato un progetto del suo ateneo, avviato in Tanzania nel 2017 in una prospettiva di “food safety”. L’impegno, in collaborazione con partner africani, la Saint Joseph e la Strathmore University, è migliorare le condizioni di igiene e salute per 20mila abitanti dei villaggi nell’area di Mvimwa.

Interventi di educazione alimentare adeguati ai singoli contesti
Quella dell’alimentazione è la vera sfida. «Il miglioramento dello stile alimentare, in termini di salubrità e sicurezza, deve prevedere un lavoro di formazione e informazione rivolto alla popolazione», ha sottolineato Laura De Gara, presidente del corso di Laurea magistrale in Scienze dell'Alimentazione e della Nutrizione Umana dell'Università Campus Bio-Medico di Roma. «Anche in Africa – ha aggiunto – interventi di educazione alimentare, adeguati ai contesti specifici, possono essere un valido strumento per il miglioramento delle condizioni di salute della popolazione. In questo contesto, una più stretta collaborazione, anche basata su scambi di studenti, docenti e ricercatori, tra università ed enti di ricerca italiani e africani può rappresentare un nuovo modello di cooperazione internazionale potenzialmente molto efficace».

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