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Il realismo di Tria gela Di Maio e Salvini: «Nel 2018 solo…

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niente flat tax e reddito di cittadinanza

Il realismo di Tria gela Di Maio e Salvini: «Nel 2018 solo interventi a costo zero»

I «giochi per quest’anno sono quasi fatti», gli interventi possibili sono quelli «che non hanno costi ma sono importantissimi per far decollare gli investimenti pubblici», e un peso aggiuntivo è dato dall’impegno «che cercheremo di rispettare sulla correzione da 0,3% del Pil» chiesta dalla Ue sui conti italiani 2018. E l’avvio del reddito di cittadinanza entro l’anno? «Con Di Maio non sono mai entrato in questi dettagli, quindi non posso dire nè che sono a favore nè che sono contro».

Dalla conferenza stampa lussemburgese del ministro dell’Economia Giovanni Tria arriva un’altra botta di realismo.

Le parole del ministro alla fine del suo primo Eurogruppo completano una catena di riflessioni che, dall’intervento programmatico alla Camera di martedì al discorso alla Guardia di finanza di mercoledì, segnano una distanza crescente tra la linea prudente dell’Economia e una narrazione della politica che in questa fase vive sempre più di annunci quotidiani.

Margini stretti
A guidare Tria, per convinzione e per obbligo da titolare di Via XX Settembre, sono compatibilità economiche rese più strette dalla frenata della crescita in corso. Il quadro programmatico di finanza pubblica che sarà presentato a settembre, ha anticipato il ministro nei giorni scorsi, dovrà tener conto del fatto che l’obiettivo di una crescita all’1,5% scritto nel Def tendenziale licenziato dal governo Gentiloni rischia di trasformarsi in una chimera per le tempeste protezionistiche e geopolitiche che stanno colpendo gli scambi internazionali. L’obiettivo di rilancio degli investimenti, nell’ottica di Tria, serve a emancipare un po’ l’economia italiana dall’aggancio al quadro congiunturale. Ma richiede tempi non brevi, e il rischio di un ritocco al ribasso degli obiettivi è concreto. Di qui il ritorno al centro della scena della correzione da 5 miliardi (tre decimali di Pil), che la commissione ha chiesto dopo l’analisi dell’ultima manovra di bilancio sospendendo poi il giudizio nella lunga attesa che il quadro politico italiano trovasse pace. L’ex ministro Padoan contava di evitare la correzione proprio grazie a una crescita che qualche mese fa appariva più solida rispetto a oggi. I 5 miliardi di taglio strutturale del deficit potrebbero essere caricati sul 2019, complicando però ulteriormente un programma che già mette in calendario un aggiustamento ulteriore da sei decimali di Pil (10 miliardi abbondanti).

La contrattazione con Bruxelles
Il quadro finale dipende dalla possibilità di spuntare qualche ulteriore margine di «flessibilità» (cioè di deficit aggiuntivo rispetto ai programmi concordati) da Bruxelles. Ma anche su questo punto ieri il ministro dell’Economia ha usato parole più che ortodosse. Con i colleghi Ue, ha spiegato, «non si è entrati nella discussione sui margini perché l’intenzione del Governo è portare avanti il programma nel percorso di riduzione del debito e di coerenza del consolidamento fiscale». Morale: prima di chiedere flessibilità, «dobbiamo vedere se ne abbiamo bisogno».

Il ruolo dei mercati
Più che da un europeismo “obbligatorio”, del resto, quella di Tria è una visione dettata dall’esigenza pratica di mantenere l’ordine nella gestione del nostro debito pubblico. A bocce ferme, quindi senza un aumento del fabbisogno prodotto da spesa pubblica non coperta, l’Italia nel 2019 dovrà collocare circa 375 miliardi di titoli, per il 60% a medio-lungo termine con un’esigenza crescente di “convincere” gli investitori per il venir meno del Qe di Francoforte. «Tutti sanno che il nostro debito è sostenibile», ragiona Tria, ma è importante che a crederci siano gli investitori «perché i problemi delle aspettative e dei comportamenti irrazionali dei mercati sono importanti, e dobbiamo tenerne conto». Nasce da qui un calendario che a Via XX Settembre passa prima di tutto da una ridefinizione del bilancio, con l’obiettivo di spostare spesa dalla parte corrente al conto capitale senza cambiare il totale delle uscite. E in questo calendario la Flat Tax, il reddito di cittadinanza e l’addio alla Fornero arrivano, semmai, dopo.

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