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Vertice Ue, un compromesso di facciata ha evitato il peggio

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Vertice Ue, un compromesso di facciata ha evitato il peggio

Hanno cantato tutti vittoria dopo un vertice che ha sfiorato il disastro, si è ripreso in una notturna al calor bianco e ha partorito un accordo di facciata più che di sostanza.

Era il meglio che si poteva fare su una materia, la politica migratoria, che divide le scene politiche interne e non può unire quella europea. La quale, in assenza di leader solidi e lungimiranti, non può che esprimere la somma di troppe risse nazionali e relativi partiti popolar-nazionalisti in ascesa. Questa volta la posta era molto più alta dell’oggetto in contesa: non a caso tutti l’hanno strumentalizzata con gli occhi puntati in casa.

La posta era la tenuta dell’Europa, di Schengen, la libera circolazione delle persone, pilastro delle quattro libertà del mercato unico. Caduto un mattone, avrebbe potuto crollare l’intero castello, euro compreso. In gioco era anche la sopravvivenza politica di Angela Merkel: senza la calma olimpica delle mediazioni del cancelliere nella convinzione degli interessi europei della Germania, il governo dei vari nazionalismi Ue sarebbe diventato ancora più difficile e forse impossibile. Il peggio è stato evitato. Il vertice però non ha prodotto il meglio ma il solito: un accordo di facciata che non risolve quasi niente ma rimanda problemi e rese dei conti. Come nel caso della riforma di eurozona e banche.

Nel comunicato finale dedicato al capitolo migranti, gli ottimisti vedono il principio di una svolta nella politica comune di asilo e gestione dei flussi: l’idea di una responsabilità condivisa, che potrebbe cominciare a farsi strada, come spera l’Italia, l’impegno a rafforzare il controllo delle frontiere e a lanciare una coerente politica di sviluppo e sinergie diffuse con l’Africa e la fascia dei Paesi del Mediterraneo che potrebbero accogliere “piattaforme di sbarco” per scoraggiare partenze e negrieri e smistare gli arrivi.

I realisti vedono alcuni auspici, più o meno ipocriti, e tanto status quo, nessuna voglia di politica migratoria comune. Per confermarlo, i 28 non hanno avuto nemmeno il buon gusto di attendere la fine del vertice. I Paesi di Visegrad, Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia, hanno inneggiato al loro «successo»: protezione rafforzata delle frontiere, redistribuzione dei rifugiati solo volontaria e mai obbligatoria, riforma di Dublino per consenso, cioè di fatto impossibile. Francia e Spagna hanno detto subito no a “centri chiusi” sul loro territorio e alla disponibilità ad accogliere migranti salvati in mare. Anche l’Italia, ha però detto il premier Conte, rifiuta i centri chiusi e non ha fatto accordi con la Merkel per riprendersi i rifugiati approdati in Germania.

Dopo il vertice sarà la volontarietà dei singoli a muovere la politica migratoria europea. Insieme agli accordi bilaterali. Il cancelliere tedesco ieri ne ha annunciati con Francia, Spagna e Grecia, disposti a riprendere i rifugiati approdati in Germania dai rispettivi Paesi per favorire la vittoria di Merkel nel duello con la Baviera. Però volontarismo e bilateralismo in un’Europa sempre più intergovernativa e sempre meno comunitaria ne postulano la frammentazione. Promettono un quadro di divisioni e steccati.

Se si aggiunge che da domenica alla guida dell’Unione ci sarà l’Austria con il suo duro programma di muri, prevale il timore che nell’impossibilità di organizzarne una gestione europea, come il vertice ha confermato, la sfida migratoria resti una bomba ad orologeria. In questo scenario i rischi per l’Italia sono destinati ad aumentare: la sua geografia non può cambiare come non cambierà Dublino che ne fa un Paese di prima accoglienza, gli ammortizzatori solidaristici europei restano una promessa evanescente come il controllo degli sbarchi. In compenso il mancato accordo con Merkel, ieri irritata con l’Italia ma prodiga di comprensione per Spagna e Grecia, potrebbe rivelarsi un atto di pericolosa miopia politica nell’Europa dove contano i rapporti di forza e si dovranno presto decidere le riforme di banche e Eurozona. E lo spettro di una mini-Schengen non è fugato.

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