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Dissensi, agenda, Lega: il M5S  si affida a Grillo per…

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la nuova fase

Dissensi, agenda, Lega: il M5S si affida a Grillo per ritrovare smalto

Da un lato il richiamo all’unità, dall’altro il risveglio di qualche tratto del Movimento delle origini, dalla lotta ai privilegi all’utopia della democrazia diretta, evocata lanciando l’idea di un «Senato dei cittadini» selezionato con sorteggio. Il M5S di governo si riaffida a Beppe Grillo per recuperare smalto e identità dopo l’abbraccio con la Lega. E per allontanare dal Movimento lo spettro di essere una forza politica uguale alle altre, dopo l’ammissione del costruttore Luca Parnasi ai pm romani: «Venivano pagati tutti i partiti».

Con la discesa nella Capitale il garante spera di ricompattare i suoi, provati non solo dall’esordio a Palazzo Chigi, ma anche dall’inchiesta della Procura di Roma che ha travolto il superconsulente Luca Lanzalone e dagli echi dei malesseri torinesi, con la sindaca Chiara Appendino impegnata a convincere la sua maggioranza riluttante a dire “sì” alle Olimpiadi 2026.

Grillo ha incontrato Luigi Di Maio mercoledì a cena, senza pubblicità. Ieri, invece, ha pubblicato su Instagram la foto del pranzo all’Hotel Forum con Roberto Fico e Virginia Raggi. «I miei ragazzi», la didascalia: il segnale di fiducia che si aspettava. Fiducia scontata al presidente della Camera, che più di tutti ha mitigato le uscite di Matteo Salvini sull’immigrazione e che deve provare a vincere la battaglia contro i vitalizi. Fiducia meno scontata a Raggi, ammaccata dalla sconfitta in due municipi ai ballottaggi di domenica. Il terzo faccia a faccia Grillo (accompagnato a Via Arenula da Fico in auto blu) lo ha riservato al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, nel mirino degli ortodossi per aver presentato Lanzalone a Raggi. Sul tavolo ci sono i metodi di reclutamento dei tecnici che ruotano intorno ai Cinque Stelle, su cui è stata richiesta maggiore attenzione.

Il garante si muove con cautela. Deve evitare di attaccare la Lega. Deve difendere Di Maio, nonostante le divergenze di vedute, come sull’Ilva. Ma deve anche ascoltare gli ortodossi, che invocano maggiore collegialità nel Movimento e più aderenza allo spirito delle origini. Va in questa direzione la proposta della «sortition» (i parlamentari estratti a sorte), cara anche a molti pentastellati della prima ora, che fa storcere il naso a Salvini e che anche la senatrice Paola Nugnes, vicina a Fico, rilegge con sarcasmo: «Bene, ma deve valere anche per il direttivo, giusto? Sorteggiamo anche loro. E ovviamente anche per il governo, chissà che non aumentino le donne tra i ministri». Un attacco al verticismo M5S. Di cui però Grillo è sempre meno responsabile. Perché è sempre più il cerchio dei dimaiani, in asse con Davide Casaleggio, a dettare la linea.

I malumori restano. Anche per le nuove regole sui rimborsi, che si chiede di estendere a tutti i partiti. Per le spese generali e di diaria si può trattenere un importo forfettario di 3mila euro (2mila per i residenti a Roma). Ogni mese si devono però restituire almeno 2mila euro. L’indennità percepita non può superare i 3.250 euro netti mensili. Scalati i 300 da versare all’associazione Rousseau di Casaleggio, va rendicontata solo la quota residua, compreso quanto resta dei mille euro destinati a eventi del Movimento. Spunta anche per i consiglieri regionali (e per gli europarlamentari) l’obbligo di versare 300 euro a Rousseau, ma per la nuova funzione «scudo della rete». Altro ossigeno per le casse dell’associazione.

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