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Decreto «dignità», i cinque punti chiave e i prossimi passi

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ritorno al passato

Decreto «dignità», i cinque punti chiave e i prossimi passi

Dodici articoli. Quello approvato lunedì sera dal Consiglio dei ministri col nome di decreto Dignità porta con sé tra le misure più impattanti una stretta sui contratti a termine, i licenziamenti con la previsione della nuova maxi-indennità di 36 mesi e le delocalizzazioni. Ancora si provvede al restyling del redditometro e l'abolizione dello split payment per i professionisti, più lo stop alla pubblicità per il gioco d'azzardo. Bloccati anche i controlli da redditometro per gli anni d'imposta dal 2016 in avanti, in attesa di nuovo decreto ministeriale. Perché il provvedimento diventi operativo è necessaria la firma del presidente della Repubblica, che in questi giorni si trova in visita di Stato nei Paesi Baltici. Da quel momento si avvierà il passaggio nei due rami del Parlamento che avranno 60 giorni per procedere all’approvazione definitiva.

Indennità per i licenziamenti
Aumenta il valore dell'indennità per i lavoratori licenziati “ingiustamente”, da 24 mesi a un massimo di 36 mesi.

Stretta sui contratti a termine
Il limite si riduce da 36 a 24 mesi e ogni rinnovo a partire dal secondo avrà un costo contributivo crescente dello 0,5%. Ridotte da 5 a 4 le possibili proroghe. Per i contratti più lunghi di 12 mesi o dal primo rinnovo in poi arrivano tre categorie di causali, esigenze temporanee e oggettive, connesse a incrementi temporanei, significativi e non programmabili, o relative a picchi di attività stagionali. Le nuove regole valgono anche per i contratti a tempo determinato in somministrazione (non vengono cancellati, come previsto dalle prime bozze, quelli in somministrazione a tempo indeterminato). Salta invece il conteggio di questa ultima tipologia nei limiti del 20% previsto per contingentare le assunzioni a termine. Il giro di vite sui rapporti a termine si applicherà «ai nuovi contratti», ma anche a quelli «in corso», seppur limitatamente a eventuali loro «proroghe e rinnovi».

Penalizzazioni per chi delocalizza
Alle aziende che hanno ricevuto aiuti di Stato che delocalizzano le attività prima che siano trascorsi 5 anni dalla fine degli investimenti agevolati arriveranno sanzioni da 2 a 4 volte il beneficio ricevuto. Anche il beneficio andrà restituito con interessi maggiorati fino a 5 punti percentuali. In arrivo un meccanismo di “recapture” per l'iperammortamento in caso di delocalizzazione o cessione degli investimenti.

Stop alla pubblicità sui giochi
È blocco totale agli spot sul gioco d'azzardo, che dal 2019 scatterà anche per le sponsorizzazioni e «tutte le forme di comunicazione» comprese «citazioni visive ed acustiche e la sovraimpressione del nome, marchio, simboli». A chi non rispetta il divieto arriverà una sanzione del 5% del valore della sponsorizzazione o della pubblicità comunque di «importo minimo di 50.000 euro». Gli incassi andranno al fondo per il contrasto al gioco d'azzardo patologico. Restano le sanzioni da 100mila a 500mila euro per chi viola il divieto durante spettacoli dedicati ai minori. Salve dallo stop le lotterie a estrazione differita, come la Lotteria Italia, e i contratti in essere.

Split payment non applicabile ai professionisti
Nella sua ultima versione il pacchetto fisco prevede una revisione del redditometro e l'abolizione del trattenimento diretto dell'Iva da parte dello Stato nei rapporti con i soli professionisti. Per lo spesometro invece si profila un rinvio
della scadenza per l'invio dei dati del terzo trimestre a febbraio 2019, insieme quindi all'invio dei dati del quarto trimestre.

Conte e Di Maio al Sole 24 Ore: «Non siamo contro le imprese. Allo studio il taglio selettivo del costo del lavoro»

Il fronte dei contrari. Per le imprese «segnale molto negativo»
Il ritorno a regole rigide non porterà più lavoro stabile ma più contenzioso, oltre che a maggiori oneri per le aziende che già i “piccoli” calcolano in almeno 100 milioni in più. Per il settore produttivo si teme una sorta di shock in negativo ed è soprattutto contro la stretta sui contratti a tempo determinato che si concentrano le riserve. Ma l'esecutivo non è contro le imprese, assicurano in sincrono il premier Giuseppe Conte e il suo vice Luigi Di Maio, artefice primo del provvedimento. Anzi, aiuterà quelle “oneste” e che vogliono e possono crescere con un taglio del costo del lavoro già con la prossima legge di Bilancio. Il decreto è «un segnale molto negativo per il mondo delle imprese», fa notare dal canto suo Confindustria. Se i sindacati aprono ad alcune «novità positive» il Pd con Paolo Gentiloni attacca un insieme di azioni che «non favorisce gli investimenti in Italia e il lavoro di qualità. Introduce soltanto ostacoli per lavoro e investimenti. Lasciamo stare la dignità». Gli industriali disapprovano un decreto che innesta «una retromarcia», proprio mentre il mercato del lavoro stava mostrando segni di ripresa e otterrà il risultato «di avere meno lavoro, non meno precarietà». Un passaggio che accomuna nelle marcate preoccupazioni anche commercianti, esercenti e artigiani.

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