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Wimbledon, Anderson batte uno stremato Isner dopo 6 ore e 36 (e senza…

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WIMBLEDON

Wimbledon, Anderson batte uno stremato Isner dopo 6 ore e 36 (e senza il tie-break al quinto set)

Kevin Anderson (Reuters)
Kevin Anderson (Reuters)

WIMBLEDON – Maratona a Wimbledon. Il sudafricano Kevin Anderson ha piegato, alla fine di una battaglia durata 6 ore e 36 minuti, l'americano John Isner. Ci sono voluti 50 game nel quinto set per chiudere sul 26-24 la più lunga semifinale del torneo londinese e la seconda partita per durata dopo quella che nel 2010, curiosamente, vide coinvolto lo stesso Isner, che prevalse 70-68 al quinto sul francese Nicolas Mahut, un match giocato sull'arco di 3 giorni e completato solo dopo più di 11 ore. La più lunga nella storia del tennis, per la quale l'All England Club ha messo una targa sul campo numero 18. Il punteggio finale 7-6, 6-7, 6-7, 6-4, 26-24.

Stavolta si giocava sul campo centrale e per un premio ben più importante, un posto in finale contro Rafael Nadal o Novak Djokovic. Fin dall'inizio l'incontro si è messo sui binari previsti, trattandosi di due tennisti formidabili al servizio, anche in virtù della loro altezza da giocatori di basket: 2 metri e 08 per Isner, 2 e 03 per Anderson. I due sono ravvicinati anche per età (33 a 32) e sono avversari da quando si scontravano sui campi dei college americani: Anderson per la University of Illinois, Isner per quella di Georgia. Entrambi si sono fermati alle soglie dell'Olimpo del tennis, ma qui a Wimbledon erano uno testa di serie numero 8, l'altro numero 9. A fine incontro, il sudafricano (che salirà al numero 5 del ranking mondiale) si è quasi scusato con l'americano per averlo battuto, e poi ha cominciato a chiedersi come farà a recuperare le energie per la finale di domenica. Altro elemento in comune: marchi italiani come sponsor, anche se per Anderson si tratta della trevigiana Lotto, per Isner la Fila, che ormai da anni non è più in mani tricolori.

“L'epica partita riproporrà le polemiche sul mancato uso del tie break nel quinto set a Wimbledon (così come all'Australian Open e al Roland Garros)”

 

A botte di servizi spesso sopra i 220 chilometri all'ora e raramente sotto i 190, ci si è incamminati verso una inevitabile sequela di tie break, il primo a favore di Anderson, il secondo e il terzo per Isner. Nel quarto la faccenda si è chiusa sul 6-4 per il sudafricano (l'unico dei due ad aver già raggiunto, l'anno scorso allo US Open, una finale di Grande Slam, e vincitore in una inopinata rimonta su Roger Federer nei quarti di finale di mercoledì scorso). Il quinto set è diventato una processione di battute. Le scorse occasioni di fare un break sono capitate a Anderson, ma spesso Isner le ha rintuzzate con degli ace. Alla fine saranno 53 per lui e 49 per Anderson. Isner ha battuto il record di ace nell'intero torneo, che apparteneva a Goran Ivanisevic dal 2001. A un certo punto, con entrambi i giocatori sulle ginocchia, è apparso chiaro che il più in difficoltà a muoversi era Isner, il quale però, pur subendo i turni di servizio dell'avversario a zero, restavaattaccato alla partita con la propria micidiale battuta. Nello sforzo estremo, a un certo punto il sudafricano ha giocato addirittura un dritto con la mano sinistra, lui che è destro. Quando finalmente, sul 24 pari, Anderson ha strappato il servizio all'avversario, il pubblico, a sua volta stremato, ha fatto più volte la hola, vedendo il miraggio della fine. All’ultima risposta fuori di Isner, i due si sono quasi accasciati, prima di lasciare il centrale all'altra semifinale. Hanno chiuso alle 19 e 47, per Nadal e Djokovic si prospettano le ore piccole. L'All England Club ha chiuso il tetto del Campo centrale e acceso le luci.

L'epica partita riproporrà le polemiche sul mancato uso del tie break nel quinto set a Wimbledon (così come all'Australian Open e al Roland Garros, mentre si usa allo US Open). Di fatto è come se i due tennisti avessero giocato altri quattro set dopo i primi quattro. Anderson ne ha parlato subito dopo l'incontro, facendo capire che i giocatori potrebbero cercare di far sentire la propria voce. Si sa però che a Londra le tradizioni non si toccano.

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