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Boeri dall’idillio con il M5S allo scontro con Salvini: ecco il…

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Boeri dall’idillio con il M5S allo scontro con Salvini: ecco il profilo del n. 1 dell’Inps

C'eravamo tanto amati. Quello tra il M5S e Tito Boeri è stato finora un rapporto quasi idilliaco. Nella scorsa legislatura più si deteriorava il legame tra il presidente dell'Inps e il leader del Pd Matteo Renzi, che pure aveva designato Boeri a capo dell'Istituto a dicembre 2014 con il compito di ridare lustro all'ente dopo il commissariamento legato allo scandalo Mastropasqua, più salivano le quotazioni dell'economista bocconiano tra i Cinque Stelle. Al punto che un anno e mezzo fa il suo nome compariva, insieme a quello di Paolo Savona, nella prima provvisoria lista dei tecnici che i pentastellati sognavano per la loro squadra di governo. Proprio alla voce “Lavoro e welfare”, il ministero che alla fine Luigi Di Maio, tramontato l’approdo da premier a Palazzo Chigi, ha scelto di tenere per sé.

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La scintilla tra il M5S e Boeri – figlio del neurologo Renato e dell'architetta Cini, Phd alla New York University, per dieci anni senior economist all'Ocse - era scoccata subito, complice la guerra del presidente Inps ai vitalizi dei parlamentari, ritenuti da sempre «in gran parte slegati dai contributi versati» e dunque iniqui. Una battaglia che Boeri ha pagato con violenti attacchi personali e una crescente impopolarità tra deputati e senatori, anche tra gli stessi dem. Logico che quando ai Cinque Stelle sono serviti dati e stime, anche per la delibera appena approvata dall'Ufficio di presidenza di Montecitorio guidato da Roberto Fico, l'Inps non si sia mai tirato indietro.

Affinità elettive si erano registrate anche su un altro cavallo di battaglia M5S: le pensioni d'oro. Era stato Boeri, già in occasione del Rapporto 2015, a includere nella sua proposta di riforma del sistema previdenziale italiano «l'armonizzazione degli attuali tassi di rendimento dei trattamenti».

Una formula per indicare l'accetta sulle pensioni più elevate a favore di quelle più esigue, sempre nel caso in cui gli assegni non siano giustificati dai contributi versati. A novembre 2015 l'Istituto mise nero su bianco nel documento “Non per cassa ma per equità” una ricetta che prevedeva di intervenire su 250mila pensionati d'oro (oltre a 4mila percettori di vitalizi) per ridurre la povertà tra gli over 55 che non avevano ancora maturato il diritto alla pensione. Musica per le orecchie dei Cinque Stelle, fumo negli occhi del governo Renzi che bloccò subito le mosse di Boeri facendo dire all'allora ministro Poletti che quel piano avrebbe comportato alti «costi sociali» e messo «le mani nel portafoglio a milioni di pensionati».

Ma sbaglierebbe chi pensasse a un totale allineamento tra le posizioni di Boeri e quelle del Movimento: sul reddito di cittadinanza, ad esempio, è stato proprio l'Inps a correggere al rialzo la stima sulle coperture necessarie. L'Istat le aveva calcolate nei famosi 17 miliardi rilanciati dai Cinque Stelle (2,1 per la riforma dei centri per l'impiego e 14,9 per gli assegni mensili veri e propri per integrare il reddito fino a superare la soglia di povertà). L'Istituto nazionale di previdenza, invece, aveva da sempre stimato un costo vicino ai 30 miliardi. A maggio scorso, Boeri aveva insistito: «Abbiamo rifatto i calcoli e il costo è ancora più alto. Incrociando i nostri dati con quelli dell'Agenzia delle entrate si arriva a 35-38 miliardi di euro».

Vero è però che Boeri aveva sempre pungolato il governo Renzi ad assumere decisioni più incisive per la lotta alla povertà, giudicando pessimo il quadro italiano delle misure a favore delle fasce deboli. Così come è indiscutibile che Di Maio fosse fino a qualche giorno fa l'alleato più prezioso di Boeri nel governo gialloverde, il “garante” della sua permanenza alla guida dell'Inps fino alla scadenza del suo incarico nel febbraio 2019.

«Non so se andremo d'accordo su tutto – aveva detto il vicepremier M5S il 4 luglio scorso alla presentazione del nuovo Rapporto Inps – ma su un tema, quello dei vitalizi e delle pensioni d'oro, lavoreremo molto bene. Sono sicuro che finché il legislativo farà il legislativo, l'esecutivo l'esecutivo e l'Inps farà l'Inps andremo tutti d'accordo». Toni ben diversi da quelli dell'altro vicepremier, Matteo Salvini, che sin da subito aveva auspicato la rimozione di Boeri.

Si spiega così, e con la pressione della rete istituzionale che fa capo al Quirinale in vista della legge di bilancio e delle misure sul sistema previdenziale, la frenata di Di Maio sull'ennesima richiesta di Salvini di “cacciare” Boeri. Nonostante lo scontro senza precedenti sulla relazione tecnica al decreto dignità, con il doppio ministro che evoca complotti e il presidente Inps che accusa il governo di «negazionismo economico», Di Maio vorrebbe che fino a febbraio restasse al suo posto: a fornire dati, però, «non un'opinione contrastante».

Per capire se la tregua reggerà non bisognerà aspettare molto. Soprattutto se l'esecutivo vorrà davvero introdurre nella legge di bilancio le prime mosse per superare la legge Fornero con quota 41 e quota 100. Ipotesi già bocciate da Boeri, secondo cui potrebbero costare fino a 20 miliardi l'anno producendo nuove distorsioni. Nuovo governo, stessa storia.

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