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Decreto lavoro, Confindustria: no a retromarce sulle riforme…

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audizioni alla camera

Decreto lavoro, Confindustria: no a retromarce sulle riforme avviate. Di Maio: «Fate terrorismo psicologico»

L’obiettivo - combattere la precarietà nel mondo del lavoro - è condivisibile, ma molte delle misurepreviste dal Dl dignitàsono eccessive rispetto al problema, e rendono «più incerto e imprevedibile il quadro delle regole» per le imprese «disincentivando gli investimenti e limitando la crescita». È questo il principale warning alle commissioni Lavoro e Finanze che emerge dall’audizione di Confindustria, sentita questa mattina alla Camera nell’ambito dell’esame del decreto legge n. 87/2018.

Il capitolo più critico, ha spiegato ai deputati il Dg dell’associazione delle imprese, Marcella Panucci, riguarda la reintroduzone delle causali per i contratti a termine, già censurata nei giorni scorsi dal presidente Vincenzo Boccia: l’esperienza ha mostrato che con l’applicazione di questo strumento «il contenzioso imprese-lavoratori è esploso».

A stretto giro, via Facebook, è arrivata la dura risposta del vice premier, Luigi Maio: «Confindustria oggi dice che con il Decreto Dignità ci saranno meno posti di lavoro. Sono gli stessi che gridavano alla catastrofe se avesse vinto il no al
Referendum, poi sappiamo come è finita. Non possiamo più fidarci di chi cerca di fare terrorismo psicologico per impedirci di cambiare».

Conte: Confindustria non ha nulla da temere
Più soft e rassicurante la presa di posizione del presidente del Consiglio: «Confindustria fa la sua parte ma secondo me fraintende. A leggere con attenzione il decreto dignità si accorgerà che non ha nulla da temere» ha detto Giuseppe Conte secondo il quale «se si dovessero usare toni allarmistici sarebbe assolutamente improprio».

Tagliare il costo del lavoro, sì a decontribuzione totale per giovani
Se vogliamo ridurre il tempo indeterminato - ha invece ammonito Panucci nel suo intervento finale - «occorre agire sul costo del tempo indeterminato: gli incentivi degli anni passati dimostrano che il ricorso all’indeterminato c’è se ci sono riduzioni importanti del costo del lavoro», che giustifica la richiesta degli industriali di puntare «sulla decontribuzione totale» per le assunzioni dei giovani in azienda. I vincoli sul tempo determinato, insomma, «non servono a nulla», perchè «la tutela al lavoro la dà il lavoro, non il contenzioso».

Effetti del decreto peggiori delle stime ufficiali
Il ripristino delle causali per i rinnovi successivi ai primi dodici mesi finisce nei fatti per limitare a un anno «la durata ordinaria del contratto a tempo determinato, generando potenziali effetti negativi sull'occupazione oltre quelli stimati nella Relazione tecnica al decreto». In particolare, le riforme degli anni scorsi - ha ricordato Panucci - avevano contribuito ad abbattere le cause di lavoro sui contratti a termine, passate da oltre 8.000 nel 2012 a 1.250 nel 2016». Tornando sul punto in sede di replica Panucci ha ricordato tra i rischi connessi al ripristino della causali quello di «un forte turn over al termine dei 12 mesi, in particolare tra i lavoratori meno qualificati», mentre la stabilizzazione dei contratti passa dalla fidelizzazione del rapporto datore-dipendente.

Ridurre la durata
Per Confindustria, le causali non rappresentano una vera tutela ma «un onere e un rischio per l’impresa e per gli stessi lavoratori», e per questo andrebbero abolite «almeno fino ai 24 mesi» di durata del contratto temporaneo. La proposta di Confindustria al Parlamento e al Governo «è quella di agire in maniera diversa sui contratti a tempo», riducendo ad esempio il termine da 36 a 24 mesi, riducendo al contempo anche il numero delle proroghe, da 5 a 4. Facendo poi riferimento al confronto europeo, Panucci ha ricordato che «l’incidenza del lavoro temporaneo in Italia (16,4% del totale dell'occupazione dipendente nel primo trimestre 2018) è in linea con il dato medio dell'Eurozona (16,3%)».

«No a brusche retromarce sulle riforme avviate»
Più in generale, l’invito pressante di Confindustria al legislatore è di «evitare brusche retromarce sui processi di riforma avviati», puntando piuttosto ad assicurare «stabilità e certezza» al quadro regolatorio e non ad «alimentare aspettative negative da parte degli operatori economici». «Pertanto - ha sintetizzato Panucci - a nostro giudizio l'esame parlamentare del decreto dignità può e deve rappresentare l'occasione per approvare alcuni correttivi volti a garantire una crescita sostenibile e inclusiva del Paese, che favorisca la competitività delle imprese e valorizzi il lavoro».

Delocalizzazioni, fisco e giochi: le altre novità del decreto dignità

Stop ai voucher tra i fattori della precarizzazione
Uno dei punti chiave del recente dibattito sulla regolamentazione del mercato del lavoro riguarda i voucher e l’opportunità o meno di reintrodurli, che vede la Lega favorevole e il M5S tendenzialmente contrario. «La sola abolizione dei voucher sembrerebbe spiegare una quota consistente, attorno al 15%, dell'aumento del lavoro a termine intervenuto dal 2° trimestre del 2017», ha spiegato Panucci. La «precarizzazione del mercato del lavoro» non va quindi imputata ai contratti a termine ma a «molteplici fattori, sia economici sia normativi», a partire appunto dallo stop ai voucher, da un aumento «fisiologico» in una fase di ripresa economica del suo utilizzo, e al cambiamento dei settori. I dati, ha concluso il Dg di Confindustria, «non sembrano supportare la preoccupazione di un aumento della precarietà del lavoro legata a comportamenti opportunistici da parte delle imprese. Al contrario, la quota di aumento del lavoro temporaneo spiegato dalla corrispondente riduzione di collaborazioni e lavoro accessorio è verosimilmente associata a una diminuzione della precarietà».

Correttivi per norme contro delocalizzazioni
Parlando della stretta prevista dal Dl Lavoro contro gli abusi degli incentivi fiscali da parte di aziende che trasferiscono le produzioni all'estero Panucci si è detta d'accordo nel contrasto alle «delocalizzazioni selvagge» ma ha messo in guardia dal rischio che il decreto «non distingua tra delocalizzazione buona, quando l'impresa italiana va all'estero per ragioni produttive magari prevedendo la stabile organizzazione, per essere più vicina agli sbocchi commerciali, e delocalizzazione cattive». Si tratta quindi di «evitare atteggiamenti pregiudizievoli e punitivi verso le scelte imprenditoriali». Quindi «la logica di tutela nell'utilizzo delle risorse pubbliche - che è alla base del provvedimento – andrebbe perseguita contemplando la possibilità di valutare la correttezza dei comportamenti aziendali e il rendimento atteso dalle risorse medesime». Confindustria sollecita quindi un «chiarimento» complessivo del testo e correttivi che, «senza stravolgere la ratio di fondo del provvedimento, consentano di distinguere i comportamenti opportunistici, da sanzionare, dalle fisiologiche scelte imprenditoriali, che invece vanno salvaguardate. L'obiettivo dovrebbe essere di focalizzare le nuove misure sui soli casi di utilizzo scorretto dei fondi pubblici che si traduca nella distrazione di base produttiva e occupazionale dal nostro Paese».

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