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scontro nel governo

Cdp, salta il vertice a Palazzo Chigi: Tria resiste sulle nomine ed è ancora stallo

La quadra sulle nomine non c’è. E l’irritazione nel governo gialloverde sale, con il premier Giuseppe Conte che tenta invano una mediazione. Il giallo del vertice a Palazzo Chigi con i due vicepremier e il ministro dell’Economia Giovanni Tria, convocato e annullato ieri in meno di mezz’ora, è il termometro delle tensioni in atto. Che disegnano sempre di più un esecutivo a tre teste - M5S, Lega e i tecnici - dove al presidente del Consiglio è ritagliato il ruolo faticoso di paciere.

È su Cassa depositi e prestiti che si consuma la battaglia madre. Tria resiste al pressing di Lega e M5S per ritirare il suo candidato, Dario Scannapieco, vicepresidente Bei. Non è un mistero che i Cinque Stelle preferirebbero Fabrizio Palermo, oggi cfo di Cdp, nel ruolo di Ad o almeno in quello di Dg con deleghe pesanti.

Il M5S (e Davide Casaleggio) conta su di lui per trasformare la Cassa nella banca pubblica degli investimenti prevista nel contratto di governo. Il nuovo istituto, sul modello francese, nelle intenzioni dei pentastellati serve a riappropriarsi delle leve della politica economica. Magari per gestire partite complesse, come quella dell’annunciata “nazionalizzazione” di Alitalia.

Scannapieco non piace neppure alla Lega, peraltro restia a rimanere a mani vuote (per la Cassa sogna Marcello Sala, ex vicepresidente di Intesa). Matteo Salvini ieri fingeva indifferenza: «Non sapevo nulla del vertice, né che fosse stato convocato né che fosse stato sconvocato». Dallo staff di Luigi Di Maio è filtrata soltanto l’impossibilità di prendere parte all’incontro per l’impegno sugli emendamenti al decreto dignità. Due diserzioni che parlano da sé. Insieme alla spiegazione sibillina fornita dal sottosegretario leghista alla presidenza del Consiglio, Giancarlo Giorgetti: «C’è una procedura per le nomine, chiedete a chi la gestisce». Invitando a leggere l’intervista del premier al Fatto Quotidiano, in cui Conte ha spiegato: «Il ministro competente le propone a me, io ne parlo con i due vicepremier, poi decidiamo insieme. Se non c’è accordo sulla persona più competente, rinviamo per trovarne una migliore». In sintesi: l’intesa sui nomi proposti da Tria, già in rotta di collisione con Di Maio per la scelta di Alessandro Rivera come Dg del Tesoro, non è stata trovata. «Basta con figure espressione dell’establishment», tuonano da entrambi i partiti di maggioranza.

Il ministro dell’Economia è stato peraltro l’unico a presentarsi davvero a Palazzo Chigi un’ora e mezza dopo la convocazione. Per quasi tre ore è rimasto a colloquio con Conte prima di partire per la riunione del G20 dei ministri finanziari a Buenos Aires. «Un confronto normale, data la strategicità delle partite per il bene del Paese», riferiscono dall’entourage del premier.

L’impasse su Cassa depositi e prestiti ricade a cascata sulle altre nomine. Il Carroccio vorrebbe Giuseppe Bonomi, ex presidente Sea, al posto dell’Ad di Ferrovie Renato Mazzoncini. I legastellati fanno fronte comune per cambiare i vertici di Consob (è agli atti una nota congiunta contro Mario Nava) e meditano la sostituzione di Alessandro Profumo in Leonardo. E naturalmente c’è la Rai. Ieri i dipendenti hanno eletto il quinto consigliere (il tecnico di produzione Riccardo Laganà, di IndigneRai, movimento in difesa del servizio pubblico). Ma è il Mef a dover esprimere presidente (in pole resta Giovanna Bianchi Clerici segnalata dalla Lega) e Dg, che secondo lo schema spetterebbe ai Cinque Stelle. Si torna dunque al triangolo Tria-Di Maio-Salvini. E all’impasse. Con il Pd che prende le parti del ministro dell’Economia. «Non vuole farsi dettare le nomine da Di Maio e Salvini?», chiede il deputato Michele Anzaldi. «Fa bene a non voler incontrare i due vicepremier per parlare di spartizione e lottizzazione».

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