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Marchionne e la Formula 1: il vantaggio di non farne parte

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la ferrari ai vertici

Marchionne e la Formula 1: il vantaggio di non farne parte

Se la Ferrari è tornata di nuovo in grado di contendersi la leadership del mondiale, è evidente a tutti che il merito venga proprio da Sergio Marchionne. Nei suoi 14 anni di FCA le presenze o le interferenze nelle corse sono state inizialmente sporadiche per Sergio, mentre ha iniziato a metter mano seriamente al “problema” solo negli ultimi quattro anni. Da quando insomma si doveva concludere il ciclo di Montezemolo che, dopo tante abbuffate di successi, non è più riuscito a portare la Ferrari alla vittoria nonostante i grandi piloti a disposizione.

E così, dopo aver “bruciato” gli anni migliori di Alonso, serviva cambiare radicalmente. Nel 2014 era già saltato l'ottimo direttore della Gestione Sportiva, Stefano Domenicali, che ha fatto un passo indietro elegantemente in primavera, innescando un processo che ha portato alla rinascita della scuderia. Il suo primissimo successore Mattiacci, un gentleman con un pedigree commerciale straordinario, non aveva però portato alcuna efficace novità e l'asturiano aveva deciso di andarsene dopo un ritiro a Monza che brucia ancora adesso. E così a ottobre Marchionne aveva preso anche le redini di tutta la Ferrari, quella di diritto olandese e la Spa. Ha portato il cavallino al NYSE in borsa nel 2015 e si è messo seriamente a cambiare l'organizzazione rivoltandola come un calzino.

Dalla confusione totale alla struttura a matrice
Bisogna ricordare che al momento dell'arrivo di Marchionne la Ferrari era in totale confusione. Si cercavano capri espiatori e, una volta puniti i responsabili in modo esemplare, i risultati continuavano a non arrivare. Ha quindi deciso di ribaltare velocemente la struttura, utilizzando la forma parallela anziché quella verticale, proprio come aveva fatto nella FIAT prima della fusione.

L'intuizione di aumentare il potere politico in Formula 1
La situazione in cui versano oggi i team storici più prestigiosi del passato lo dimostra direttamente: l'intuizione vincente di Marchionne al momento del suo insediamento, forte anche del fatto di non provenire da questo sport ma dall'industria dell'auto, è stata di anticipare il processo inesorabile di aumento del divario fra le Formula 1 prodotte dai costruttori e quella degli assemblatori. Un elemento attualmente ben chiaro a McLaren e Williams, che non riescono più ad affacciarsi minimamente alla lotta al podio e, anzi, spesso faticano a conquistare la top ten con entrambe le auto. Marchionne invece aveva capito benissimo questo trend, perciò ha iniziato da lungo tempo il corteggiamento con i possibili partner strategici, che non fossero “solo” dei possibili vivai di piloti. E così è riuscito a portare di nuovo Dallara in Formula 1 con l'operazione della Haas. E, come ciliegina della sua carriera, a completare anche il rientro di Alfa-Romeo per via della Sauber. Un momento storico e quasi commovente per il circus, che gli aveva fra l'altro permesso di iniziare a far la voce grossa con gli americani a proposito di tanti possibili cambiamenti non del tutto graditi alla filosofia di Maranello.

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Come si è visto insomma anche nell'ultimo gran premio di Hockenheim, dove Hamilton ha rimontato dal quattordicesimo al sesto posto in soli sei giri, le auto dei costruttori sono di un altro livello. E il numero di auto “sotto controllo” offre una posizione privilegiata che la Ferrari dovrebbe tornare ad avere e cercherà di difendere anche dopo di lui, per non perdere il blasone e l'unicità della sua storia. In definitiva, così come Marchionne ha decuplicato il valore del gruppo FCA, in Ferrari ha rilanciato la gamma, specialmente volendo la F12 “integrale” e promettendo il Suv e l'elettrica (pur non credendoci troppo nella produzione di grande serie), ma nel team si ricorderà sopratutto per aver riportato armonia, fiducia, fedeltà dei piloti e, di conseguenza, prestazioni. “Nessuno è indispensabile”, diceva Marchionne quando stava per lasciare a casa Montezemolo. Di lui resterà il rimpianto per le cose che avrebbe potuto ancora fare perché, come riconoscono già in tanti, è stato probabilmente “il migliore”.

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