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Riforme, da settembre in Parlamento la sfida M5S della democrazia diretta

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Riforme, da settembre in Parlamento la sfida M5S della democrazia diretta

Roberto Fico con Riccardo Fraccaro - Imagoeconomica
Roberto Fico con Riccardo Fraccaro - Imagoeconomica

Partirà a settembre la sfida della democrazia diretta targata M5S. E partirà proprio da quel Parlamento di cui Davide Casaleggio ha profetizzato l’irrilevanza «tra qualche lustro». Sotto la regia del ministro dedicato, Riccardo Fraccaro, deputati e senatori pentastellati sono infatti pronti a sfornare tre proposte di legge costituzionali: la prima per introdurre il referendum propositivo e abolire il quorum anche per quello abrogativo; la seconda per ridurre di un terzo il numero dei parlamentari; la terza per cancellare il Cnel. Perché settembre? «Dal 26 al 29 Roma ospiterà il Global Forum per la democrazia diretta», ha ricordato Fraccaro ieri a margine della cerimonia del Ventaglio in Senato. Un appuntamento a cui i Cinque Stelle tengono moltissimo: dalla padrona di casa, la sindaca Virginia Raggi, fino al figlio del cofondatore del Movimento, Davide Casaleggio.

Quando Fraccaro annuncia la tabella di marcia, sono ancora fresche le polemiche sulle parole di Casaleggio jr consegnate qualche giorno fa al quotidiano “La verità”. Polemiche tardive, visto che quella profezia è parte integrante della rappresentazione fondativa dei Cinque Stelle. Di più: la democrazia diretta in salsa digitale è la prospettiva che rende il M5S un unicum nel panorama dei movimenti antisistema nati nell’ultimo decennio a partire dall’Europa del Sud e dell’Ovest. Perché alla protesta anti-élite e al rifiuto dell’establishment i pentastellati, grazie all’intuizione originaria di Gianroberto Casaleggio, hanno unito la traduzione hi-tech delle antiche suggestioni rousseauiane. Propugnando da anni, attraverso il blog di Grillo, l’idea della Rete come «tecnologia di liberazione» di cui ha scritto il sociologo di Stanford Larry Diamond: priva di mediazioni, «francescana, anticapitalista», come la definirono gli stessi fondatori nel libro “Siamo in guerra. Per una nuova politica”. Una sorta di agente politico autonomo, presentato come l’antidoto a tutti i mali della politica tradizionale.

La fortuna del Movimento, soprattutto tra i giovani, è dipesa anche dalla forza di questo messaggio. L’abilità è stata quella di legarla all’attacco contro la crescente autoreferenzialità dei corpi intermedi e a una piattaforma multifunzione come Rousseau, da cui far transitare tutti gli iscritti. E a cui far contribuire tutti gli eletti, da questa legislatura, con i famosi 300 euro al mese. Consentendo di fatto al M5S una doppia via: da un lato la narrazione identitaria utopica di cui Casaleggio è erede e custode, dall’altro l’azione politica concreta dentro le istituzioni, affidata al timone di Luigi Di Maio.

È su questo doppio binario che i Cinque Stelle di governo si stanno muovendo. Con diverse sfumature. Se a Casaleggio jr - per alcuni leader carismatico, per altri fine stratega, per le opposizioni il capo ombra di un partito azienda - è concesso dire ad alta voce che «il superamento della democrazia rappresentativa è inevitabile», agli ex “ragazzi” di Grillo arrivati nella stanza dei bottoni tocca il compito di smussare, precisare, ammorbidire. Il vicepremier e doppio ministro Di Maio non smentisce affatto la validità della profezia («Sul futuro i Casaleggio ci prendono sempre») e sfida il Parlamento a dimostrare «con atti concreti» di non essere obsoleto. Lo stesso Fraccaro parla della necessità di innovare il parlamentarismo «integrando la rappresentanza con la democrazia diretta». La posizione più scomoda è ancora una volta quella di Roberto Fico che indossando la giacca di presidente della Camera, terza carica dello Stato, sembra quasi costretto a una difesa d’ufficio della «centralità del Parlamento». Quella che aveva già ribadito nel suo primo discorso.

Certo è che l’approccio alle riforme costituzionali del M5S è opposto a quello del governo Renzi: al posto del macro disegno di legge Boschi, spinto dall’esecutivo a colpi di fiducia e naufragato con il referendum del 4 dicembre, si punta a mini-provvedimenti di iniziativa parlamentare in nome di quella «rivoluzione a piccoli passi» tanto cara ad attivisti ed eletti. L’esito finale è incerto, anche perché c’è da fare i conti con la Lega alleata di governo. Ma dai prossimi mesi, forse, si capirà il senso autentico della promessa di Grillo del 2013: «Noi il Parlamento lo apriremo come una scatola di tonno». Per renderlo trasparente o per svuotarlo?

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