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Contributi e rendimenti, perché gli assegni più alti sono…

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L'Analisi|rendimenti

Contributi e rendimenti, perché gli assegni più alti sono meno «squilibrati»

Nella forma “pura”, la pensione “retributiva” è il prodotto di tre fattori:

1) la retribuzione “pensionabile”, cioè quella mediamente percepita negli anni terminali della carriera;

2) l’anzianità contributiva, cioè il numero di anni complessivamente lavorati;

3) il “rendimento” definito come la percentuale della retribuzione pensionabile spettante per ogni anno d'anzianità.

Il Legislatore ha riconosciuto che una simile formula premia le carriere “brillanti”, caratterizzate da una crescita elevata della retribuzione. Infatti, ha dapprima previsto un “tetto rigido”, oltre il quale la retribuzione “terminale” non era pensionabile, che nel 1988 fu sostituito con uno “flessibile”. Da allora, la retribuzione terminale è interamente pensionabile ma suddivisa in “scaglioni” per ciascuno dei quali vale un rendimento inferiore al precedente. La tabella in basso mostra che il tetto flessibile è modulato in modo da contrastare il premio ai “manager”, per dire le retribuzioni pensionabili molto alte, ma non ai “quadri” e “dirigenti” per dire quelle meno. Il premio alle carriere manageriali, mediamente più longeve, è anche contrastato dal limite dei 40 anni imposto all’anzianità contributiva utile.

Mentre la pensione retributiva è così abbattuta, quella contributiva potrà fare affidamento sia su coefficienti di trasformazione elevati in forza della ricordata longevità delle carriere manageriali, sia su montanti contributivi arricchiti dalla rilevante contribuzione versata negli ultimi anni della carriera, anche dopo il 40esimo, e dagli interessi maturati in ragione di una crescita del Pil sostenuta fino alla crisi mondiale. Chi è andato in pensione fra il 1996 e il 2010 potrà infine beneficiare della stabilità dei coefficienti in quel periodo. Considerato tutto ciò, ben pochi “pesci” potranno restare nella rete del ricalcolo contributivo lanciata oltre il limite lordo corrispondente a 4/5 mila euro netti, mentre molti di più ne resterebbero se il limite fosse inferiore. Inoltre, una parte del “pescato” dovrà essere rigettata in mare, non potendosi ammettere che una pensione ricalcolata scenda sotto un’altra esonerata dal ricalcolo.

Ai pochi casi in cui la pensione retributiva supera quella contributiva, si contrapporranno i molti in cui accade il contrario. Nè l'effetto boomerang può essere scongiurato con l'astuzia di un’asimmetrica clausola di salvaguardia. Sarebbe come ammettere che lo scopo non è l'equità ma il taglio della spesa a qualunque costo.

A prescindere, il ricalcolo dovrà superare l'ostacolo della ricostruzione delle storie contributive personali. Alle carenze informative riguardanti le pensioni di più antica decorrenza, si aggiungeranno le incertezze derivanti dalle vicende che hanno riguardato la contribuzione sociale. Per il lavoro dipendente del settore privato, il livello complessivo è rimasto pressoché invariato, mentre è cambiata la composizione.

In particolare, l’aliquota del Fondo Pensioni è progressivamente aumentata a spese di altre, abolite perché fasulle o diminuite perché eccedenti il fabbisogno. In particolare, buona parte dell'aumento intervenuto nel 1995 fu a discapito dell'aliquota versata alla Cassa Unica per gli Assegni Familiari. Equità vorrebbe che tali aspetti, meramente “nominalistici”, fossero superati riconoscendo che gli avanzi della Cuaf avevano finanziato il Fp. Altre incognite riguarderanno i contributi dei dipendenti pubblici, le cui pensioni sono lungamente rimaste a carico del bilancio dello stato. Ostacoli d’altra natura riguarderanno l’individuazione dei coefficienti di trasformazione necessari per ricalcolare le pensioni liquidate prima del 1996: da un lato, peserà l’indisponibilità di dati che l’Istat ha iniziato a raccogliere successivamente, dall'altro bisognerà chiedersi quale cadenza devono avere gli aggiornamenti. Tante e tali difficoltà potranno essere superate solo adottando convenzioni scarsamente compatibili col “merito oggettivo” che si vuole appurare.

E sul collo di tanto lavoro pende non solo il rischio di esiti contrari alle attese, ma anche la spada di Damocle dei diritti acquisiti, ampiamente tutelati dalla Costituzione.

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