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La penna di Vitali e il romanzo di formazione dello “zio” Bergomi

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La penna di Vitali e il romanzo di formazione dello “zio” Bergomi

A diciotto anni ha vinto il mondo, con quella faccia da zio baffuto e poco confezionato, in uso e consumo tra i campioni di allora. Giuseppe (Beppe) Bergomi è una storia di epica, calcio e sudori mai asciugati. Consumati in una stagione senza brand e tatuaggi, ancora lontana dagli eccessi dell’immagine. È la storia di un’Italia che si perde nello stile Ionesco di Franco Battiato, che comincia a diventare ricca, che si gasa (e sgasa) facendo lo struscio con la Fiat 128 Abarth.

Il percorso di vita dello “zio” Bergomi, lo zio del calcio nostrano, ha però un epilogo fiabesco strano, inusuale. Una storia al contrario che comincia dove solitamente le belle favole finiscono e anticipano sorrisi ai titoli di coda. Una fiaba raccontata nel romanzo “Bella Zio” (Mondadori), scritto da Andrea Vitali. Un concentrato di vita pallonara, gente comune e riunioni di famiglia. In mezzo a sogni giganti e mai edulcorati. Il testo è l'opera descrittiva di un uomo rimasto sobrio, all'interno di un mondo ubriacante. Un campione consapevole di quanto l'agonismo sia stato una formidabile scuola di vita.

E arrivando a concludere, nel libro, che «alla meta non ci si arriva mai da soli, e alla fine scopri che l'obiettivo di squadra valorizza anche il tuo obiettivo individuale». Il calcio è soprattutto questo. Dal campetto di oratorio, allo stadio Bernabeu di Madrid dove vinci un Mondiale. È ascesa del singolo, nell’ascesa di un gruppo. Sempre uno per tutti, mai tutto per uno. Forse per questo i calciatori, gli atleti degli sport di squadra, non hanno mai lo sguardo spocchioso- individualista dei tennisti, dei nuotatori. Forse per questo Enzo Bearzot, il “Grande Vecio”, decise, sfidante e lungimirante, di avere con sé questo giovanotto in Spagna.

Nel Mondiale vinto contro la Germania (3-1) in una delle notti più lunghe del secolo scorso. La notte dell'11 luglio 1982. Bergomi aveva solo 18 anni. Ma nei piedi e nella testa già la disciplina della terra, del campione funzionale ad un insieme straordinario, che andava solo fatto germogliare. A Bearzot piacevano questi elementi, questi semi da concimare nel suo orto. Nell'anno del Mundial vinto contro il meglio del football planetario (Argentina, Brasile, Germania), il Vecio lasciò a casa solisti (Beccalossi) e bomber (Pruzzo) per fare posto a gente come Beppe Dossena e appunto lo Zio.

Gente che la maglietta della Nazionale la indossavano sempre, anche non da titolari, anche fuori dal campo. Bergomi venne convocato in Spagna dopo tre anni di ascesa nell’Inter. Nel quale debuttò a 16 anni e un mese (record assoluto nella storia nerazzurra) nella partita di Coppa Italia del 30 gennaio 1980, contro la Juventus (0-0). Era la squadra di Eugenio Bersellini, quella dello scudetto costruito, lavorato di fino sin dalla prima giornata. «Un ragazzo di 17 anni come lui, di quella specie, io non l'ho mai più allenato», disse di lui l'allenatore. Bergomi debuttò in Serie A l'anno successivo, a 17 anni e due mesi. Nella vittoria per 1-2 contro il Como del 22 febbraio 1981.

Un esordio favorito dall'indisponibilità di Nazzareno Canuti, dall'infortunio di Gabriele Oriali. La fortuna ci mette sempre un po' lo zampino. Ma, come amava ripetere Carlo Ancelotti nel Milan che vinse tutto, «non è mai determinante». Lo Zio, rossonero da piccino, ma nerazzurro già da adolescente e poi per sempre, con la casacca dell'Inter dal 1979 al 1999 ha collezionato 756 presenze e 28 reti. Vincendo uno scudetto (quello trapattoniano dei record), tre coppe Uefa (unico italiano a riuscirci), e poi il mondiale di Spagna, più un mondiale perso nel 1990. Quello delle notti magiche e di Schillaci, della maledetta semifinale contro l'Argentina di Maradona. In una Napoli confusa, che non sapeva per chi tifare.

Beppe era robusto, massiccio. Forte nel gioco aereo. È stato uno dei migliori nel gioco di anticipo sugli attaccanti. Bergomi è nato, cresciuto a Settala. Pochi chilometri a est di Milano. Dove ci sono prati, non lontano dall'urbanismo berlusconiano anni ’70. Con gli aerei di Linate che volano bassi sulle case. Quei baffi a 17 anni, che qualcuno credette finti, erano la sintesi di un ragazzo planato nel sogno da una crescita sofferta, accelerata. «Mia madre ha un'ischemia. Parola misteriosa, ne imparerò piu tardi il significato. È verso la fine della quarta elementare che imparo l'esistenza degli ospedali, della malattia. Si presentarono entrambi con il silenzio della sua macchina per cucire e con quello successivo, doveroso, necessario per accompagnarne la convalescenza domestica. Inizia una scuola di vita che lascerà dei segni. Avrei imparato col tempo sui campi da calcio di mezzo mondo, che fare i conti con le proprie paure è il primo passo per affrontarle. Di fronte a loro ci spaventiamo e cerchiamo di rimuoverle, di portarle fuori di noi ma così diventa impossibile gestirle. Mentre accoglierle e riconoscerle insegna a conviverci, trovando i tempi e gli spazi giusti di rielaborazione. Come fanno i difensori in fase di marcatura».

Lo Zio è cresciuto con i suoi maestri. Allenatori che non erano solo tali. Gente come Bearzot, che credeva che la forma non fosse altro che il perimetro di una sostanza. Possibilmente non casuale. «Da lui posso dire di avere imparato molte cose, lezioni di calcio e anche di vita. Tra queste mi piace ricordare quella che ricevetti all'ultima del campionato '84-'85. Giochiamo in casa contro l'Ascoli praticamente retrocesso. Quando segno il gol del tre a uno, mi scappa un'esultanza che a Bearzot non sfugge, ritenendola eccessiva. Se la segna nella memoria, non ha bisogno di taccuini. E alla prima occasione mi fa notare che c'e una misura anche nel gioire dopo un gol. In altre parole, non si uccide un uomo morto».

Il mito dello Zio comincia esattamente nei minuti in cui si consuma la “tragedia brasiliana del Sarrià”. Così l'incontro verrà definito dalla stampa carioca. «La mia grande chance comincia alle 17,15 del 5 luglio 1982.È' una vera tragedia poiche il loro futebol bailado, dopo nemmeno mezzora, deve fare i conti con quello nostro, un tantino piu pratico. Siamo avanti due a uno e l'orologio della storia, quella mia personale che stiamo raccontando, viaggia verso una scadenza non più rinviabile. È il trentaquattresimo quando Fulvio Collovati si infortuna alla caviglia. E il momento in cui Bearzot mi dice: “Ragazzo, preparati”≫. E con un'occhiata mi fa segno di allacciare le scarpe. Ogni panchinaro sa che in qualunque momento può toccare a lui. Non sono sorpreso, la rapidita degli eventi non mi concede il tempo di pensare troppo. Mi sorprende molto di piu l'uomo che mi tocca marcare, Serginho. I muscoli del suo braccio hanno una circonferenza pari, se non superiore, a quelli della mia coscia. Ma il calcio, si sa, non è solo questione di muscoli. Senza nulla togliere al buon Serginho, la sua fisicità va a sbattere contro la freschezza di un diciottenne. Fino a quando l'incontro vive una fase di svolta. E il sessantottesimo quando Falcao pareggia. Inconsapevolmente, impercettibilmente ci metto del mio, nel senso che un tocco involontario sul tiro spiazza Zoff: più tardi lui stesso mi dirà che senza quella piccola deviazione sarebbe riuscito a parare. In ogni caso è due a due, il pareggio garantisce ai verdeoro il passaggio del turno. Ma Tele Santana, il loro mister profeta del futebol bailado, vuole la vittoria. Non tiene conto però che la vogliamo anche noi. Nel frattempo cambio la marcatura. Serginho esce, entra Paulo Isidoro di cui si prende cura Cabrini mentre io vado a occuparmi del dottor Socrates. E al settantaquattresimo, quando guadagniamo il primo e unico calcio d'angolo della partita, arriva il gol. Mentre mia madre è in piazza, mentre nella curva di casa Bergomi il silenzio è spesso come certe nebbie, io mi piazzo in area. Conti calcia, la palla spiove in area, qualche testa, compresa la mia, la sfiora. Il resto è storia. Rossi corregge il tiro di Tardelli, è tre a due, finirà così».

Quell'Italia battè la Polonia in semifinale, arrivando poi a giocarsi il mondiale contro la Germania di Rummenigge e Briegel. Antognoni stava male, aveva un dolore alla caviglia. Provarono a recuperare il capitano fiorentino fino all'ultimo. Alle ore 17, tre ore prima di scendere in campo, Bearzot prese la decisione. “Mi disse che avrei giocato, che avrei marcato “il biondo” Rummenigge”. E così Bergomi, il ragazzino appena maggiorenne, entrò nella leggenda in una notte che non è mai finita. In un inizio che era già una fine. Dal quale è riuscito a diventare ancora più grande.

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