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Il Tour orfano di Nibali va a Thomas. Ma rischia di essere vittima della…

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Il Tour orfano di Nibali va a Thomas. Ma rischia di essere vittima della sua grandezza e dei tifosi

Il gallese Geraint Thomas, del team Sky, festeggia la vittoria al Tour de France 2018  - / AFP PHOTO / Marco BERTORELLO
Il gallese Geraint Thomas, del team Sky, festeggia la vittoria al Tour de France 2018 - / AFP PHOTO / Marco BERTORELLO

Con il trionfo del gallese Geraint Thomas, maglia gialla nel salotto di Parigi, si è concluso il Tour de France. L’ultimo sprint, sui Campi Elisi, è per il norvegese Alexander Kristoff. Poi baci, abbracci, applausi, lacrime, inni e commozione. Tutte le premiazioni con l’Arco di Trionfo alle spalle. Tutto molto bello, tutti molto felici.

Soprattutto di una cosa: che questo Tour sia finalmente finito. Non se ne poteva più, diciamo la verità. E non per la legittima vittoria di Thomas ex pistard che corona l’antico sogno di ogni gregario di diventare campione. Ma per quello che è stata, ed è diventata, questa 105esima edizione della corsa ciclistica più importante del mondo. Una scheggia impazzita. Un Circo senza più direzione, dove ognuno fa il numero che vuole. I pagliacci che entrano nella gabbia dei leoni e i trapezisti che giocano con le scimmie. Numeri folli, come un po’ folli sono state queste tre settimane di corsa, in cui ogni sera, alla fine, ci si domandava: e domani, cosa succederà ancora?

Spiace guastar la festa, nel giorno in cui un vecchio e gentile ragazzo di 32 anni come Thomas, ex principe dei velodromi, con i suoi due ori olimpici nel quartetto e i tre titoli mondiali, raggiunge un traguardo così prestigioso vincendo anche due importanti tappe di montagna (la Rosière e l’Alpe d’Huez).
Una bella favola, con i baci e gli abbracci della moglie Sara Elen, costruita anche dall’abile regia del Super Team Sky, che così ha vinto il suo sesto Tour in sette anni.

Una bella favola, quella di Thomas, ragazzo semplice amante della birra e del rugby, che però non deve far dimenticare la galleria degli orrori in cui la corsa è precipitata. A partire dall’indimenticabile giornata dell’Alpe d’Huez, quando tra fumogeni e lacrimogeni, Vincenzo Nibali è finito a gambe all’aria per colpa di uno spettatore esagitato e di due motociclisti della gendarmeria che non dovevano essere in quel punto della corsa.

Un incidente clamoroso che ha costretto Vincenzo al ritiro per la frattura di una vertebra. Con l’aggravante che a Nibali, in corsa per la vittoria, gli hanno anche rifilato 13 secondi di ritardo non trovandogli neppure un elicottero per trasportarlo all’ospedale di Grenoble.

Ma tutta la corsa è stato fuori controllo. Pugni, sputi, insulti, pacche ai corridori, spettatori ubriachi, Froome buttato giù da un gendarme, i gas urticanti usati contro gli agricoltori che protestavano. Un Tour impazzito che, per contrasto, fa sembrare quasi perfetto il Giro d’Italia. Ma il problema, fuori dalle rivalità di bandiera, è che il Tour è ormai quasi ingestibile. E una delle cause è proprio la sua stessa “grandeur” che, richiamando sulle sue strade milioni di persone, sembra un elefante impazzito.

Ma non è solo colpa dell’organizzazione. Una volta gli spettatori del ciclismo erano diversi. Più rispettosi, in religiosa attesa dei loro beniamini. Adesso è un altro mondo. E non solo per i selfie. Ormai quello del ciclismo, soprattutto sui tornanti delle grandi salite, è un pubblico da stadio, che vuole diventare protagonista correndo accanto ai corridori. Con maschere da pagliaccio, la faccia stravolta. Tutti vogliono esibirsi, diventare attori. Una mutazione quasi genetica, in atto però da tempo, che non doveva cogliere impreparati gli organizzatori. Si vede che non c’è una preparazione specifica, che gli agenti non sanno cosa fare. Dovrebbero prevenire, in realtà provocano solo ulteriore scompiglio. Come l’ispettore Clouseau, quando entrano in scena fanno subito un pasticcio. Solo che nei film si ride, al Tour anche per i gas urticanti invece si finisce per piangere.

Tornando alla corsa, bisogna dire che Garaint Thomas, il Signor G del ciclismo, non ha rubato nulla. Il Tour, come negli ultimi anni, continua a parlare inglese anche se con l’accento gallese.
Come Wiggins e Froome, la nuova maglia gialla è l’ultimo rappresentante di una scuola, quella dei pistard, che ormai fa tendenza. Nei primi quattro posti della classifica generale (Thomas, Dumoulin, Froome, Roglic) ci sono specialisti della pista o della cronometro.
Nairo Quintana, l’unico scalatore superstite, è decimo con quasi un quarto d’ora di ritardo. Ha vinto l’unico arrivo in quota nei Pirenei, ma perché ormai non disturbava più la maglia gialla.

No, non è un Tour per scalatori. Questo è stato il regno dei cronoman, di lungagnoni magrissimi come l’olandese Tom Dumoulin (ottimo secondo, come al Giro d’Italia : ormai è una garanzia) e come Chris Froome che dopo aver vinto quattro Tour deve questa volta accontentarsi di un terzo posto.
Anche per Froome che il Tour sia finito, e soprattutto con la vittoria del suo ex gregario, è una liberazione. Un terzo posto che lo toglie da ogni imbarazzo dopo tutte le critiche e gli insulti ricevuti per la storia dell’antiallergico. Il capitano non finge quando dice: «Thomas ha fatto una corsa perfetta, a me è mancato qualcosa. Sono orgoglioso di salire sul podio al suo fianco. Sono felice di avergli dato una mano in questo Tour…». Insomma, un finale perfetto per Sky, il cui regno, come quello di Re Sole, sembra non aver fine regalando al Tour anche l’happy end.

Un finale coi cuoricini dopo tre settimane di veleni. E anche di noia agonistica. Perché il dominio di Sky, uscito di scena Nibali, è diventato totale. Solo Tom Dumoulin ha inserito qualche crepa in questo muro a due ruote. L’unico vero avversario di Thomas alla fine è stato lui. Non a caso, se gli si tolgono i 50 secondi persi per un incidente meccanico e altri 43 per penalizzazioni e mancati abbuoni, l’olandese sarebbe arrivato a 12 secondi dal gallese. Una differenza che suggerisce a Dumoulin questa battuta: «I soldi non fanno la felicità, ma aiutano a vincere il Tour… Comunque davanti a Thomas mi tolgo il cappello».

Grande Dumoulin. È il campione del futuro. A soli 27 anni, può solo migliorare. Due secondi posti al Giro e al Tour nello stesso anno sono un ottimo risultato. Passando a una squadra con un budget più consistente, avrà sicuramente delle chances maggiori. Più incerto, paradossalmente, è il futuro della maglia gialla. Il contratto di Thomas scade a fine stagione e Sky dovrà fare delle scelte tenendo conto che, oltre alla richieste di Froome, non mancheranno quelle del colombiano Bernal, uno dei punti di forza di Sky.
Ottimo quarto posto, concludendo, anche per lo sloveno Primoz Roglic. Abile discesista e arcigno passista-scalatore, centra anche la secondo vittoria alla Grande Boucle. Salito in bicicletta per fare riabilitazione dopo un incidente sciistico, è la dimostrazione vivente che al Tour tutto può succedere.

Una citazione a parte per Peter Sagan, ultimo eroe di un ciclismo di altri tempi. Fasciato e bendato come Fiorenzo magni, lo slovacco ha vinto tre tappe e conquistato per la sesta volta la maglia verde della classifica a punti. Nonostante la caduta, e le non lievi sofferenze, arriva a Parigi ridendo e scherzando. E' un vero campione del mondo

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