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Decreto Dignità, alla Camera votazioni a rilento

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le norme sul lavoro

Decreto Dignità, alla Camera votazioni a rilento

Sono partite nel pomeriggio in Aula alla Camera le votazioni sul decreto legge lavoro in vista della corsa contro il tempo per consentire poi, a tappe forzate, l’approvazione anche dell’altro ramo del Parlamento, il tutto entro la pausa estiva. Come ha stabilito ieri sera la conferenza dei capigruppo inizierà lunedì 6 agosto alle 11 l'esame del Dl in Aula al Senato per terminare il giorno successivo, ultimo utile prima della chiusura dei lavori di Palazzo Madama.

Archiviata a Montecitorio la discussione generale in nottata dopo una maratona oratoria dell'opposizione si entra nel vivo dei quasi 4oo emendamenti rimasti in piedi (64 quelli dichiarati inammissibili tra commissione Bilancio e presidenza della Camera), con il governo intenzionato a dare parere negativo su quasi tutte le proposte di modifica e, in linea generale, a incassare il primo via libera senza porre la fiducia. Operazione che secondo qualificate fonti parlamentari vicine al dossier non risulterebbe comunque agevole, dal punto di vista strettamente tecnico.

Tutti contrari, finora, i pareri del relatore e del governo agli emendamenti al dl Dignità (tranne in un caso, con correzioni al primo articolo del provvedimento riferite al comparto dei lavoratori portuali). In Aula il dibattito è andato avanti lentamente, e alla fine del primo pomeriggio di votazioni non si è superato nemmeno un quarto degli emendamenti presentati dalle opposizioni. Tutte le proposte di modifica sono state via via bocciate ma il confronto è stato comunque serrato, registrando tra l'altro il pressing polemico di Forza Italia contro gli “amici leghisti”. «La notizia di oggi è che con il decreto Dignità ci saranno 62.400 assunzioni a tempo indeterminato in 2 anni, solo tra gli under35. Puntare sulla stabilità occupazionale premia lavoro e crescita. Anche l'Istat conferma che va invertita la rotta: il cambiamento fa bene al Paese», ha scritto su Facebook il ministro per i rapporti con il Parlamento e la democrazia diretta, Riccardo Fraccaro.

Non si allenta intanto la tensione sui contenuti del decreto contestato da ampie componenti del mondo produttivo. «Quello che è arrivato in Aula è un provvedimento pessimo, inutile e contro tempo, con l'Istat che in queste ore ci comunica che la disoccupazione è in aumento e che quindi il mercato del lavoro risente della congiuntura economica negativa della bassa crescita. In una congiuntura del genere, cambiare le regole del gioco del mercato del lavoro, per quanto riguarda la componente dei contratti a termine rendendoli più difficili e, di fatto, rendendo più costosi i contratti a tempo determinato a tutele crescenti, è un pessimo segnale per il Paese e per i mercati», nota Renato Brunetta di Forza Italia. Dal Pd, Cosimo Ferri rilancia la richiesta alla maggioranza di eliminare l’obbligo di indicare la cusale per i contratti a termine. Una scelta che «comporterà un aumento del contenzioso», dopo l’abbatimento delle cause di lavoro sui contratti a termine registrato nei giorni scorsi «passate da oltre 8.000 nel 2012 a 1.250 nel 2016».

Critiche a cui replicano apertamente i senatori del Movimento 5 Stelle in commissione Lavoro. «Le fallimentari politiche sul lavoro perpetrate negli ultimi anni da coloro che oggi hanno l'ardire di scagliarsi contro il Decreto Dignità hanno avuto come unico effetto quello di portare al non certo invidiabile record storico di contratti a termine in Italia. Sono 3 milioni 105 mila, attesta oggi l'Istat. Un dato preoccupante che, come se non bastasse, si accompagna all'aumento sia del tasso di disoccupazione generale, salito al 10,9%, sia del tasso di disoccupazione giovanile (32,6%). Di fronte a questo quadro, si rende fondamentale e non più rinviabile l'approvazione di norme, come quelle contenute nel decreto dignità, che permettano ai tanti precari, giovani e meno giovani, di uscire da una spirale d'incertezza nella quale sono piombati da troppo tempo».

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