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La frenata del Pil riapre il problema della correzione dei conti 2018

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FINANZA PUBBLICA

La frenata del Pil riapre il problema della correzione dei conti 2018

I dati sul Pil tendenziale all’1,1% quest'anno diffusi in mattinata dall'Istat riaprono il problema della manovra correttiva, sotto forma di peso ulteriore su un bilancio 2019 che già si presenta complicato. Le verifiche finali sui risultati di finanza pubblica di quest'anno si faranno a consuntivo la prossima primavera, ma l'incognita peserà a settembre sulla trattativa per gli spazi fiscali nei quali incuneare la manovra d'autunno.

Da dove si parte
Il riassunto delle puntate precedenti parte dal fatto che la Commissione Ue ci contesta un effetto sostanzialmente nullo dell'ultima legge di bilancio (governo Gentiloni) su un deficit strutturale che secondo gli accordi avrebbe dovuto ridursi di tre decimali di Pil (5 miliardi di euro).

L’incognita di settembre
Dal ministero dell'Economia, Padoan prima e Tria poi hanno respinto l'accusa, sostenendo che alla fine i conti avrebbero dato ragione all'Italia e negando la disponibilità a una correzione in corsa. Complice la lunga fase di passaggio dal voto al governo giallo-verde, Bruxelles si è detta disponibile ad aspettare. E anche questa partita entrerà nelle trattative di settembre per definire gli obiettivi della finanza pubblica italiana.

La frenata e le conseguenze
Interviene qui la crescita che si sta dimostrando molto più fredda del previsto. L'argomento principe con cui Roma aveva resistito alle richieste di Bruxelles era infatti legato alle chance di una ripresa un po' più vivace dell'1,5% messo a preventivo per quest'anno. Ma il rallentamento europeo e le tensioni sul commercio internazionale hanno via via allontanato questa prospettiva, fino al magro 1,1% scritto nel tendenziale Istat di oggi. A bocce ferme, quattro decimali di crescita in meno si traducono in due decimali di debito/Pil in più, e quindi di correzione necessaria per far quadrare i conti.

Buone notizie (a cercarle)
Le bocce, in verità, proprio ferme non sono, perché dai dati Istat emerge anche un'inflazione in ripresa verso un tendenziale da 1,5%, contro l'1,3% (sempre tendenziale annuo) registrato il mese precedente. Nella giostra della finanza pubblica e delle regole Ue, questa dinamica offre contemporaneamente una buona e una cattiva notizia. L'inflazione più vivace fa crescere il Pil nominale, e alleggerisce un po' il peso del debito sulla ricchezza nazionale. Ma allo stesso tempo allontana dal tavolo delle trattative una delle «circostanze eccezionali» che (insieme alla bassa crescita) hanno aiutato fin qui l'Italia a spuntare un po' di flessibilità (cioè di deficit aggiuntivo) rispetto agli obiettivi fissati dalla matematica europea.

Sentiero strettissimo
Di tutto questo si deve tenere conto mentre comincia a costruirsi il quadro di finanza pubblica che già prima delle ipotesi su Flat Tax, reddito di cittadinanza e riforma delle pensioni deve mettere in conto 22 miliardi fra blocco delle clausole Iva (12,4 miliardi), spese indifferibili (almeno 3,5 miliardi di euro), aumento degli interessi (4 miliardi ai livelli attuali) e, appunto, bassa crescita (2,5 miliardi di euro di correzione ipotizzando un aumento del Pil nel 2019 intorno all'1%).
Con una variabile in più, che finora è rimasta confinata fuori dal dibattito pubblico. In preventivo ci sono tre decimi di Pil (5 miliardi di euro circa) di entrate da privatizzazioni sia per quest'anno sia per l'anno prossimo, ma il programma è fermo. Nel “problema” della manovra, le incognite superano per ora di molto i dati.

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