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M5S di lotta ma di governo: il pareggio di bilancio (per ora) non…

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pareggio di bilancio da superare?

M5S di lotta ma di governo: il pareggio di bilancio (per ora) non si tocca

Dalle grandi opere alla democrazia diretta, sono molti i fronti che stanno mettendo alla prova un movimento nato «contro» come il Movimento 5 Stelle una volta raggiunta la stanza dei bottoni. Tanto che già dopo due mesi di governo alcuni dei punti che sono stati per molti anni la ragion d’essere del grillismo e che sono finiti nero su bianco nel contratto siglato con la Lega cominciano a saltare.

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In particolare sono usciti negli ultimi giorni dall’orizzonte dell’esecutivo, fatto che per noi va salutato positivamente, sia l’introduzione del vincolo di mandato per i parlamentari - storica bandiera di Beppe Grillo contro i cambi di casacca in corso di legislatura - sia il superamento dell’equilibrio di bilancio introdotto con la riforma dell’articolo 81 della Costituzione nel 2012, sotto il governo Monti.

Prendiamo il capitolo caro al M5s intitolato “Riforme istituzionali, autonomia e democrazia diretta”, punto 19 del contratto di governo M5s-Lega. C’è la riduzione del numero dei parlamentari (da 630 a 400 deputati e da 315 a 200 senatori), la misura di sapore renziano dell’abolizione del Cnel, la cancellazione del quorum per il referendum abrogativo e l’introduzione del referendum propositivo: tutti progetti di modifica costituzionale che sono stati ribaditi dal ministro pentastellato delle Riforme e della democrazia diretta (appunto) Riccardo Fraccaro nelle sue recenti audizioni davanti alle commissioni Affari costituzionali di Camera e Senato. Ma lo stesso Fraccaro ha garantito in quelle occasioni che non sarà introdotto il vincolo di mandato per i parlamentari, che invece è scritto nero su bianco nel contratto: per disincentivare i cambi di casacca bastano i regolamenti parlamentari - ha spiegato il ministro - e in particolare basta approvare anche alla Camera il nuovo regolamento del Senato, fortemente voluto dal democratico Luigi Zanda alla fine della scorsa legislatura, che impedisce la formazione di gruppi parlamentari che non siano espressione di partiti presentatisi alle elezioni. Ben venga il cambiamento di proposito del ministro pentastellato: non è un caso che il vincolo di mandato, che prevederebbe il decadimento in caso di voto in dissenso dal gruppo e porrebbe di fatto i parlamentari sotto lo scacco del partito-padrone, non esiste in nessuna democrazia occidentale.

Stesso destino del vincolo di mandato sembra avrà un’altra modifica costituzionale prevista dal contratto, laddove è scritto che «occorre prevedere una maggiore flessibilità dell’azione di governo in modo tale da poter far fronte efficacemente ai diversi cicli economici, prevedendo il superamento della regola dell’equilibrio di bilancio, che rende oggettivamente impossibile un’efficace azione anticiclica dello Stato». Ebbene, nella conferenza stampa di saluto prima delle ferie estive il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha rassicurato a riguardo con parole chiare: «Il pareggio di bilancio nell’articolo 81 lì rimane, non ci stiamo lavorando».

Concetto ribadito nella sostanza dal leader del M5s Luigi Di Maio: «Non ci stiamo lavorando. Per ora il nostro obiettivo è ottenere il reddito di cittadinanza, la flat tax e il superamento della Fornero, nel rispetto del rapporto deficit-Pil. Noi gestiremo i conti pubblici con il massimo della responsabilità». Anche se Di Maio lascia la modifica dell’articolo 81 come orizzonte ideale, in un futuro indeterminato: «Credo che il pareggio di bilancio sia una norma che in futuro vada superata». In realtà la modifica dell’articolo 81 della Costituzione, alla quale lavorò all’epoca l’attuale ministro degli Esteri Enzo Moavero in qualità di ministro degli Affari europei del governo Monti, non fu iniziativa dal sen fuggita ma una conseguenza diretta del Fiscal compact siglato dal nostro Paese, dal momento che il trattato prevede che la regola del pareggio di bilancio sia recepita dai singoli Stati nei loro ordinamenti in una fonte normativa superiore alla legislazione ordinaria (nel nostro Paese, appunto, una modifica costituzionale, mentre in altri Paesi Ue esistono fonti normative intermedie tra l’ordinaria e la costituzionale). Cancellare la riforma dell’articolo 81 significherebbe dunque violare il Fiscal compact senza superare il problema dei vincoli di spesa, che resterebbero intatti proprio per il vincolo del trattato. Insomma, un guazzabuglio giuridico prima ancora che di rapporti internazionali ben presente al premier Conte e al presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

La vicenda dell’articolo 81, così come quella del vincolo di mandato, sono lì a testimoniare che un conto è fare il movimento «contro» fuori dal governo e dal Palazzo, un conto è governare. O almeno provare a farlo.

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