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La personalità instabile dei vulcani islandesi

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Questo articolo è stato pubblicato il 20 maggio 2010 alle ore 08:11.

I vulcani sono tipi abitudinari. In cicli secolari o millenari, tendono a ripetere i propri comportamenti, quasi ci fosse un copione scritto nelle rispettive – e diverse – geologie. «Ogni vulcano ha la sua personalità», ammette Stephen Sparks, professore all'Università di Bristol. «Il vulcano islandese oggi in attività, ha eruttato nel 1612 e nel 1821. In quest'ultima occasione, è andato avanti per quindici mesi. È verosimile che stavolta faccia altrettanto».

Così, è facile preventivare un altro, lungo anno di passione per il traffico aereo europeo. Ovviamente a fasi alterne, sia perché il vulcano Eyjafjallajökull ha un temperamento instabile, sia perché molto dipende dalla direzione dei venti. Tuttavia, da queste stesse parole, si può dedurre anche qualcosa di molto più sinistro.
Eyjafjallajökull è un vulcano poligenetico o, in altre parole, un vulcano che segue dei cicli – spesso secolari – di attività e inattività. Ma puntualmente ritorna. E le ultime tre volte che ha eruttato, ha finito per "accendere" anche il vicino Katla, ben più grande e temibile. «I vulcani islandesi hanno dei cicli di circa 100 anni, con un minimo di 80 e un massimo di 220», commenta Thor Thordarson, islandese, uno dei massimi esperti del tema, raggiunto per telefono all'Università di Edimburgo dove lavora. «Di solito abbiamo avuto periodi di 40-60 anni di moderata attività, seguiti da fasi più violente. Il guaio, è che nell'ultima metà del Novecento, l'attività è stata molto bassa».
Al momento, non ci sono segnali che Katla sia vicino ad entrare in attività. Ma il rischio è innegabile. L'Islanda siede sopra una pentola in costante ebollizione, proprio nel punto in cui la Placca eurasiatica si scontra con quella nordamericana. Non a caso, Gillian Foulger, professoressa di geofisica a Durham, ha scritto al nuovo ministro inglese della ricerca scientifica, David Willetts, suggerendogli di finanziare un sistema di controllo dei vulcani islandesi. «Ci sono 35 vulcani attivi su quell'isola – ha detto Foulger al Times di Londra – e se costruissimo una rete di sismografi equipaggiati con il Gps, potremo essere in grado di anticipare gli eventi. I costi sarebbero modesti, se comparati con i danni di un'eruzione inaspettata».

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Tags Correlati: David Willetts | Europa | Gillian Foulger | Katla | Rejkyavik | Stati Uniti d'America | Stephen Sparks | Tecnologie | Thor Thordarson |

 

Il guaio aggiuntivo è che ci sono anche i vulcani monogenetici, quelli che eruttano una volta sola, non da un cratere, ma da aperture nel suolo che poi si "ricuciono" quando la fase di attività finisce e la lava si solidifica. È il caso di Laki, che nel 1783 combinò un bel guaio. «L'immane esplosione lanciò nell'atmosfera una quantità immensa di anidride solforosa che provocò piogge acide e un inquinamento senza precedenti in Europa e negli Stati Uniti». Al contrario dell'anidride carbonica che immagazzina la radiazione infrarossa del pianeta causando l'effetto-serra, l'anidride solforosa rallenta la radiazione solare causando un abbassamento delle temperature. Nel 700, il Mississippi si gelò e, secondo alcuni, fu la carestia prodotta da Laki, a incoraggiare la Rivoluzione Francese.
La fessura di Laki non si riaprirà. «Ma potrebbe succedere di nuovo soltanto 100 metri più in là», assicura Thordarson che nel 1963, a sei anni, vide coi propri occhi la nascita di Surtsey, l'isola vulcanica apparsa dal nulla al largo di Rejkyavik. «Potrebbe essere l'anno prossimo o fra cent'anni, ma succederà». Così come gli abitanti della California sanno che la faglia di Sant'Andrea produrrà un giorno o l'altro un terremoto Big One, gli europei devono sapere che un'eruzione Big One ci sarà anche in Islanda, con effetti geograficamente ben più vasti. «Con un'evento del genere, il traffico aereo non si fermerà per giorni, ma per mesi», sentenzia Thordarson.
Per fortuna, la scala dei tempi geologici è ben diversa dalla scala dei tempi umani. Il worst case scenario dipinto dagli esperti, potrebbe arrivare molto, molto in là nel tempo. «In Islanda – conclude Thordarson – siamo abituati a convivere con i vulcani, ma non li temiamo. Li rispettiamo». Anche quando mostrano un'irascibile personalità.
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