Il Sole 24 Ore
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7 ottobre 2010

La stampante in 3d promette una nuova rivoluzione industriale

di Marco Magrini


Copertina di Nòva24, l'inserto di ricerca, innovazione e creatività in edicola giovedì 7 ottobre.

Dall'alto verso il basso. Finora, la lunga avventura della produzione – industriale o artigianale che sia – si è puntualmente dipanata lungo questa direzione. Segare un albero e farci una sedia. Aggregare gli atomi di qualche metallo e poi modellarli nella forma desiderata. Ma da oggi, può cominciare una nuova storia industriale e artigianale dell'ingegno umano: costruire qualsiasi bene di consumo partendo dal basso.
La futura portata di questa rivoluzione, come sempre accade, è ancora difficile da immaginare. Ma che si tratti di una rivoluzione potenzialmente epocale, è fuor di dubbio.

Dopo una faticosa evoluzione durata vent'anni, le stampanti in tre dimensioni (vai ai video), originalmente usate solo dalle grandi industrie per fabbricare prototipi plastici, hanno superato la soglia della maturità. Non costano più 200mila dollari, ma 20mila e anche meno. Non usano più materiali plastici soggetti a un rapido deterioramento: sono in grado di stampare oggetti plastici che si possono trapanare, sabbiare e dipingere, ma anche oggetti metallici e perfino ceramici. «Il ventaglio delle applicazioni possibili si sta allargando giorno dopo giorno», assicura Terry Wolhers, un consulente del Colorado che è considerato un guru della produzione industriale. «L'industria aerospaziale, automobilistica o quella degli strumenti medicali stanno già usando questa tecnologia nei prodotti destinati al consumatore finale. Ma siamo solo all'inizio».

Proprio come le abituali stampanti a getto d'inchiostro replicano quel che vediamo sullo schermo del computer depositando tante goccioline sulla carta, le stampanti 3D producono oggetti sparando tante minuscole gocce tridimensionali. Così, strato dopo strato – seguendo gli ordini del progetto disegnato al computer – l'oggetto prende forma. A seconda dei materiali e dei macchinari usati, le gocce sono nella scala dei micron. Quindi non si può parlare di nanotecnologia molecolare, come profetizzato da Eric Drexler che nel 1981, con il suo celebre libro «Engines of creation», descrisse un inevitabile futuro dove gli oggetti saranno creati veramente dal basso, molecola per molecola. Ma la direzione è quella.La rivoluzione è talmente agli albori che ancora non ha un nome ufficiale. C'è chi parla di 3D printing, chi di additive manufacturing (per il fatto che gli strati si aggiungono uno sull'altro), chi la chiama direct manufacturing.

«Abbiamo cominciato nel 1992 con un solo materiale ancora troppo primitivo», spiega Tim Heller, capo europeo dell'americana Stratasys, la maggiore costruttrice di stampanti per la produzione diretta, quotata al Nasdaq. «Oggi abbiamo in portafoglio otto materiali diversi, una straordinaria tavolozza per le creazioni dei nostri clienti: da Bmw a Ducati, da Diebold a Logitech. Ma altri ne arriveranno». Tanto per dare un'idea, la Hewlett Packard – la numero uno al mondo nelle stampanti 2D – ha raggiunto un'intesa con Stratasys per la fornitura di stampanti 3D da commercializzare con il proprio marchio.

Perché il futuro è già tracciato: sul mercato ci sono già i primi modelli da scrivania, non troppo più grandi delle prime stampanti laser. E, con i prezzi che scendono, è facile profetizzare che debutteranno presto anche nelle case. «Questa è una tecnologia che cambierà il mondo. Chiunque potrà fare il download di un oggetto e stamparselo», sentenzia Adrian Bowyer, lo scienziato inglese che s'è inventato RepRap, la prima stampante 3D in kit di montaggio, interamente open-source e capace di replicare se stessa (la cui storia raccontiamo a pagina 10). «Siamo al punto in cui era l'industria del computing nel '78: pochi produttori di grandi calcolatori e pochi costruttori di computer per hobbysti. Ricalcando il corso della Legge di Moore, fra meno di vent'anni la produzione decentralizzata sarà una realtà».

«Immaginate di avere una Cina sulla scrivania», dice Chris DiBona, capo del programma open-source a Google. C'è già chi vede, in questa storia, un'inversione a U nel corso della storia: invece di continuare a trasferirle dove la manodopera costa poco, alcune produzioni potranno ritornare dov'erano. All'arco della creatività, si aggiungono nuove frecce. Questa è già realtà. Ma non una realtà modificata. È la realtà moltiplicata.


7 ottobre 2010