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Questo articolo è stato pubblicato il 16 dicembre 2010 alle ore 21:22.

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Arianna HuffingtonArianna Huffington

Il Sole 24 Ore racconta i dieci innovatori del decennio.

Non è tanto per quell'aggregatore di news da venti milioni di utenti unici al mese che Arianna Huffington rientra tra gli innovatori del decennio. E neanche per aver dato ai blog d'autore l'autorevolezza delle rubriche del New York Times. Passino pure i 200 autobus di citizen reporters che girano l'America per lei e il fondo milionario che ha creato per finanziare il giornalismo investigativo (con un occhio di riguardo sulla crisi economica).

Arianna Huffington, nata bruna ad Atene 60 anni fa e diventata bionda nell'America reaganiana degli anni 80, merita il titolo perché rappresenta la versione anni 00 del sogno americano.

Repubblicana e liberale, elitaria e populista, fan del web e poi delle sue regole, la 28esima donna più potente del 2010 secondo Forbes, ha creato una piattaforma di opinioni e provocazioni partendo da sua madre. E'stata lei una delle prime opinioniste di Arianna online, versione 1.0 di quell' Huffington Post che l'ha portata al successo.

Dalla rubrica "Ask Ya-Ya" (Ya- Ya è nonna in greco) al coinvolgimento del grande storico e saggista Arthur Schlesinger sul sito ("Io uso solo la macchina da scrivere signora", e lei: "Allora mi mandi un fax") il salto è stato breve. Oggi i collaboratori, celebrities e no, dell' Huffington Post arrivano a 6mila.

Il sogno americano targato Huffington ha tutti gli ingredienti degli Stati Uniti dello scorso decennio. A partire dalla capacità di rialzarsi dalle rovine. Così fa la direttrice, quando l'ex marito repubblicano, amico di famiglia dei Bush, dichiara, poco dopo il divorzio, di essere bisessuale. Incassa il colpo e oltre ai pranzi di Natale con le due figlie, mantiene il cognome, certo più orecchiabile di Stassinopoulos nei salotti degli investitori.
Nella sua storia ci sono la paura e il rancore di un Paese sconvolto prima dall'11 settembre e poi dalla crisi economica, che Huffington ha imparato a conoscere.

Da obamiana di ferro, inizia a criticare con forza il presidente per il suo polso debole con Wall Street e, cavalcando l'ondata populista americana, si fa animatrice di una campagna contro lo strapotere delle banche e della finanza. Il blog non le basta, pubblica un libro: " Third World America", e proprio lei, sbeffeggiata in passato per saggi su Picasso e Maria Callas (è stata anche accusata di plagio ma l'ha sempre scampata), diventa la voce autorevole del populismo di sinistra: da Arianna repubblicana pro-gay ad Arianna paladina in tacchi a spillo della classe media scomparsa.

C'è l'America che ancora crede nella capacità di fare rete e che si immola per un quarto d'ora di celebrità (altrimenti come ci spiegheremmo 6mila bloggers non retribuiti che lavorano per la signora?) e quella che ha imparato che la trasparenza ha bisogno di regole: in un recente colloquio con lo storico Simon Schama sul Financial Times, Huffington racconta che il suo staff passa la maggior parte del tempo redazionale a fare da filtro e controllare l'anonimato online.

E infine c'è il Paese che non riesce a far quadrare i conti. Sarà colpa dei piccoli numeri della pubblicità online o dello strapotere dei vecchia media che, sempre sul punto di morire, in realtà continuano a macinare utili, fatto sta che la parola profitto è ancora lontana dai quartieri generali dell'Huffington Post. Il guadagno del sito è di un dollaro per lettore all'anno e il 2010 si chiuderà con 30 milioni di ricavi: cifre ridicole se paragonate a quelle delle grandi media companies in salute. Ma in fondo stiamo parlando dello scorso decennio, consapevoli che la sfida dei guadagni online è affare del prossimo.

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