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Questo articolo è stato pubblicato il 24 marzo 2011 alle ore 06:47.

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frontiere >LA RETE DI EMERGENZA Il monitoraggio è costante in tutti i paesi ma si sa ancora poco sugli effetti di esposizioni lunghe

Anche se in misura molto minore rispetto a quanto avvenuto 26 anni fa per Chernobyl, la sindrome di Fukushima, cioè la paura di una nuova contaminazione anche alle nostre latitudini, si fa sentire. In gran parte, però, si tratta di timori basati sulla mancanza o sulla scarsità di informazioni, perché la contaminazione è a dir poco improbabile e la sorveglianza, per quanto riguarda il rischio nucleare, esiste da molto tempo prima dell'incidente giapponese, e procede per protocolli consolidati e accordati a livello internazionale.
Ogni paese che abbia impianti per la produzione di energia nucleare o che ospiti strutture che fanno uso di isotopi quali gli ospedali o voglia semplicemente tenere sotto controllo la situazione ha una rete di sorveglianza che verifica costantemente ciò che accade, comunicando alle reti degli altri paesi quanto rilevato. In Italia il monitoraggio ambientale è affidato alle Agenzie regionali per l'ambiente. In Lombardia, per esempio, dal 1988 l'Arpal attua misure quotidiane, elaborate in rapporti giornalieri e settimanali con un livello di sensibilità che permette di scoprire tracce di radioattività ben prima che il fenomeno possa avere qualsiasi rilevanza per l'ambiente e per l'uomo; il tutto è quindi trasmesso all'Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale), che a sua volta fa capo all'Agenzia internazionale per l'energia atomica (Aiea). Esistono poi altre reti del ministero e altri sistemi europei e internazionali.
Non può dunque accadere che si verifichino sforamenti dei limiti di normalità senza che scatti il sistema di allarme. Spiega Claudio Traino, primario di fisica sanitaria del l'Azienda ospedaliera di Pisa, responsabile della task force istituita dalla Regione Toscana per monitorare le persone rientrate dal Giappone: «Negli incidenti come quello giapponese, gli isotopi generati sono varie centinaia con tempi di decadimento diversissimi e la loro dispersione nell'aria e nell'ambiente è difficile da calcolare, soprattutto nel periodo immediatamente successivo all'evento. È quindi prematuro azzardare previsioni sulle conseguenze sulla salute e ci si deve limitare a misure quali il bando di latte e verdure, l'allontanamento dalle immediate vicinanze e così via. Al momento comunque, grazie alla notevole distanza, non ci sono elementi per ritenere che un'eventuale nube possa giungere fino in Europa». Ma Fukushima ha acceso il dibattito anche per quanto riguarda le centrali che lavorano secondo i più moderni standard di sicurezza: è su quelli che l'opinione pubblica si interroga.
Che cosa accade a chi vive nelle vicinanze? «Se si analizza la letteratura – spiega Traino – si trovano dati assai contrastanti anche sulla stessa Chernobyl. La situazione è ancora più indefinita per ciò che riguarda le normali centrali e chi vi risiede vicino: gli studi sono rari e non coordinati tra loro, con esiti contraddittori. In realtà in nessun paese, in teoria, una centrale può essere fatta lavorare se non si ha la certezza che non vi siano dispersioni nell'ambiente sia pur minime». In teoria, appunto. Spesso, però, i dati sul campo non dipingono un quadro così perfetto e stupisce che non vi siano più studi sistematici sulle conseguenze a lungo termine di una bassa radioattività. Uno dei più affidabili è stato il Kikk (l'acronimo di cancro infantile in prossimità di centrali nucleari), condotto dai ricercatori dell'Università di Meinz, in Germania, su richiesta dell'Ufficio governativo per la radioprotezione, nel quale è stata presa in esame l'incidenza di tutti i tipi di tumore nei bambini al di sotto dei cinque anni residenti entro cinque chilometri da tutte le 16 centrali nucleari del paese nel periodo 1980-2003. Sconcertanti i dati: l'aumento di leucemie è stato del 220 per cento, quello dei tumori embriogenetici del 160 per cento. Non è stata misurata la quantità di radiazioni presente, e non si può quindi affermare con certezza che la causa siano le centrali, ma il dato colpisce.
Del resto anche in Italia ci sono dati che fanno riflettere. A Sessa Aurunca, per esempio, nella zona della ex centrale del Garigliano, l'incidenza di leucemie è sei volte superiore alla media. Nel rapporto di Medici per l'ambiente-Isde Italia (www.isde.it) si legge che: «Nel normale funzionamento di qualsiasi centrale nucleare (anche in assenza di incidenti o fughe radioattive) vengono inevitabilmente e obbligatoriamente prodotte e immesse nell'ambiente esterno una serie di sostanze radioattive, che entrano anche nella catena alimentare dell'uomo». E la contaminazione della catena alimentare, anche secondo l'Oms, è la principale causa di tumori e malformazioni riscontrati a Chernobyl.