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Questo articolo è stato pubblicato il 02 luglio 2011 alle ore 17:44.

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Orazio Sciortino. Nella foto il pianista con cuffia ed elettrodi qualche istante prima dell'improvvisazione-esperimento avvenuto a Roma. Insieme a lui si è esibito Richard Rentsch, compositore e pianista svizzeroOrazio Sciortino. Nella foto il pianista con cuffia ed elettrodi qualche istante prima dell'improvvisazione-esperimento avvenuto a Roma. Insieme a lui si è esibito Richard Rentsch, compositore e pianista svizzero

Cinque note musicali, centoventotto elettrodi, due pianisti con cuffia e una domanda: cosa succede nel nostro cervello quando creiamo musica. La risposta è stata affidata a un esperimento scientifico di improvvisazione che si è tenuto all'istituto svizzero di Roma. Due pianisti concertisti (e anche compositori) uno davanti all'altro si sono esibiti con una cuffia tempestata di elettrodi collegati a una macchina che misura l'EEg (Elettroencefalogramma).

Dopo poche note suggerite dal pubblico i musicisti hanno iniziato a suonare, improvvisando a quattro mani. Su uno schermo sopra le loro teste veniva trasmesso il tracciato della loro attività cerebrale. A commentare la fotografia in movimento di quanto stava accadendo nella loro testa nell'atto di comporre Pierre Magistretti, direttore del Brain Mind Institute presso l'École Polytechnique Fédérale di Losanna e François Ansermet, psicanalista e professore all'università di Ginevra. «Il corpo - spiega il direttore del Brain Mind Institute - entra in gioco nell'attività di improvvisazione, o per lo meno nella decisione di produrre una nota piuttosto che un'altra. Noi in qualche modo anticipiamo le nostre decisioni in relazione allo stato somatico. Il sistema sensoriale che in ogni istante ci informa sullo stato del nostro corpo gioca un ruolo determinante anche nel processo di creatività».

L'idea fondamentale era quella di osservare l'emergere di un momento di creatività a partire da una base di conoscenze e competenze che si sono iscritte con il tempo. I due artisti suonano da vent'anni, diciamo che il loro cervello per le proprietà di plasticità neuronale nel tempo si è modificato nell'apprendimento della musica. «Volevamo capire – spiega Magistretti - cosa succedeva ai tracciati nel momento di pura improvvisazione. Verificare le differenza tra la composizione e l'esecuzione». L'ipotesi dei due scienziati era la seguente: il processo di creazione musicale, così come la sua interpretazione o il suo ascolto, ha la proprietà di mettere in sincronico insiemi di tracce neuronali e somatici. Nel corso dell'esperimento si è studiata la localizzazione delle aree del cervello che si attivano quando si suona, soprattutto quando i due pianisti si rispondono in momenti di particolare sincronia.

I due scienziati inseriscono questi studi all'interno di una più ampia ricerca ripresa nel saggio "A ognuno il suo cervello" (Bollati Boringhieri) che vuole indagare il rapporto tra pscicanalisi e neuroscienza. Ansermet e Magistretti individuano un punto di incontro tra le due discipline nei meccanismi di plasticità neuronale. In particolare, l'osservazione dei cambiamenti di attività cerebrale durante le diverse fasi di una psicanalisi rappresenta per loro un approccio sperimentale per studiare le basi biologiche dell'inconscio. All'interno di questa ricerca si inscrive il secondo esperimento che appunto vuole individuare quali zone del cervello usiamo più intensamente durante una attività apparentemente "astratta" o emergente dall'inconscio come l'improvvisazione. Per semplificare, questi esperimenti ci confortano nell'affermare che senza corpo (e sensazioni) e senza interazioni con gli altri non sarebbe possibile inventare melodie e scale. Conferme in questo senso arrivano anche da altri campi di ricerca che sottolineano il ruolo delle interazioni. La capacità di parti del cervello umano di attivarsi alla percezione delle emozioni altrui, espresse con movimenti del volto, gesti e suono indicano una percorso di indagine preciso che mette al centro il corpo e l'interazione emotica con gli altri.

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