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Questo articolo è stato pubblicato il 03 luglio 2011 alle ore 08:18.

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Internet è riuscita a strutturarsi, diffondersi e radicarsi ben prima di apparire sul radar della politica e dei poteri costituiti. Per numerosi anni la sua carica libertaria è stata libera di aumentare, per dirla alla Amartya Sen, le "capabilities" di centinaia di milioni di persone e di incidere su un numero sempre maggiore di aspetti della loro vita. Non che su internet non valessero e non valgano le leggi ordinarie: la rete non è il Far West, a differenza di quanto amano affermare demagogicamente alcuni politici. Ma era, ed in larga parte è ancora, uno spazio la cui architettura era stata decisa dai suoi fondatori e da allora gestita in autonomia – con un livello di sofisticazione e di democrazia sostanziale che pochi tra i non addetti i lavori immaginano – da organi come Ietf per gli standard tecnici di rete, il 3WC per gli standard del web, Internet Society per la governance generale. Ma quando il web è esploso, il potere dirompente della rete divenne chiaro a un numero crescente di decisori. La rete toccava i colossi della telefonia con Skype, del commercio con Amazon, dell'editoria con il self-publishing e gli ebook, della musica con Napster e discendenti, dei media con web-radio e web-tv, persino della politica.
Verso il 2005 i decisori iniziano a premere con decisione alle porte della rete. Non si accontentano del fatto che la legge vale online come ovunque, come è ovvio e giusto; vogliono andare oltre, vogliono poter riscrivere almeno in parte quella Costituzione creata nel corso dei decenni e formata da un intricato insieme di regole tecniche e di norme, scritte da nessuno ma rispettate da tutti, che formano il nerbo della rete. Intanto gli operatori di rete iniziano ad acquisire la capacità prima di osservare e poi di influire su singoli flussi di traffico di rete. Ciò conferisce loro un potere potenzialmente immenso, che presto inizieranno a chiedere di poter usare liberamente. Non è un caso che proprio nel 2005 in occasione del World Summit on Information Society organizzato dall'Onu a Tunisi si inizi a parlare di "Internet governance".
I decisori tradizionali premono alle porte e la risposta migliore che si riesce a dare è l'equivalente di un «sediamoci tutti insieme a un tavolo e parliamo». Così continuerà con gli incontri dell'Internet Governance Forum (Igf), forse solo dei "talking shop", ma almeno aperti a tutti, in un momento in cui diventa chiaro che parlare di internet significa parlare di potere e viceversa.
In queste ultime settimane stiamo forse assistendo a un'ulteriore svolta. Dopo la legge Hadopi in Francia e i colloqui segreti che hanno portato alla stesura del trattato internazionale Acta, qualcuno decide che non è più necessario neanche far finta di credere al multistakeholderismo. Non più premere alle porte, ma installarsi sulle poltrone, allontanare il popolo della rete e parlare solo tra i "big boys" della politica e dell'economia. È il presidente francese Sarkozy, quello di Hadopi, a rompere il ghiaccio col primo "e-G8" tenuto a Parigi a maggio, un incontro dove l'assoluta predominanza dei Ceo nel programma sottolinea il cambio di paradigma. E sempre a Parigi si è tenuto questa settimana un incontro organizzato dall'Ocse sul futuro dell'economia di internet. L'Ocse, che pure punta sul multistakeholderismo, ha prodotto un comunicato ricco di affermazioni condivisibili, ma che su alcuni punti rischia di sostenere attacchi all'architettura della rete: non menziona mai la neutralità della rete e chiede agli Internet Service Provider di agire da poliziotti, soprattutto a difesa del copyright. Per questo la Civil Society Information Society Advisory Council dell'Ocse non ha firmato il comunicato finale.
Anche l'Italia contribuisce al cambio di scenario. Il nostro paese rischia di diventare la prima grande democrazia avanzata a permettere a un ente amministrativo di decidere di diritti fondamentali come la libertà di espressione. L'Agcom da mesi lavora a un provvedimento che introdurrebbe una procedura puramente amministrativa per sanzionare usi ritenuti illeciti di contenuti tutelati dal diritto d'autore. Negli ultimi giorni si è prefigurata un'improvvisa accelerazione del processo, che nei primi mesi di quest'anno era stato trasparente e inclusivo. Le prossime settimane diranno se e in che misura l'Italia contribuirà al tentativo dei decisori tradizionali di prendere il controllo di quella rete ideata, arricchita e popolata da tutti, tranne che da loro e dalle istanze che rappresentano.