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Questo articolo è stato pubblicato il 19 novembre 2011 alle ore 19:11.
(Corbis)
Rovistare nei cassetti dell'università, scartabellare tra brevetti e progetti di ricerca, trovare l'uomo giusto che lavora esattamente in quell'intersezione di sapere. Fino a qualche anno fa c'era il Repertorio delle competenze, un librone, anzi un catalogo a uso e consumo delle aziende, magari anche bello da sfogliare ma assolutamente inutile per orientarsi tra gli oltre 2.500 brevetti ben nascosti negli uffici legali degli atenei.
Secondo il Netval (il Network per la valorizzazione della ricerca universitaria) questo patrimonio documentale è raddoppiato negli ultimi cinque anni. Capire chi fa cosa là dentro è un problema antico. Non solo per tutte quelle piccole e medie aziende che magari non hanno soldi per pagarsi un dipartimento di ricerca e sviluppo. Ma a volte addirittura per chi lavora all'interno dell'ateneo. Per gli oltre 100mila ricercatori e le novecento spin-off. Ecco perché in via Festa del perdono, a Milano, precisamente all'Unimit, al Centro per l'innovazione e il trasferimento tecnologico dell'Università di Milano, si respira un'aria strana, un po' carbonara. Sguardi complici, qualche sorrisino, una vaga consapevolezza di essere lì lì per ribaltare l'università con un'idea operativamente rivoluzionaria: produrre una piattaforma con un motore di ricerca. Un Google, per farla semplice, che però sa tutto di tutti e può aiutare gli utenti (universitari ed esterni: enti e imprese, investitori e altri atenei) a rintracciare informazioni su persone, progetti di ricerca, brevetti, spin-off ecc. della nostra università. In sostanza un motore di ricerca, realizzato da Cilea, il più possibile intelligente, capace di risalire con precisione in base a parole chiave allo specifico progetto di ricerca, al brevetto fino al nome del ricercatore.
«Solo all'interno del nostro ateneo vengono avviati ogni anno mille progetti di ricerca. Più di due al giorno. Mappare le competenze in un sistema integrato - spiega Roberto Tiezzi, Technology Transfer Manager di Unimitt - è prima di tutto una operazione di intelligence non banale e ci aiuta non solo a capire chi siamo ma in futuro a prendere delle decisioni sulle attività di ricerca scientifica». Alla Statale di Milano la fase del censimento è finita, ora possono testare il prototipo e migliorarlo. Il rilascio del motore è atteso a fine autunno. «L'esempio di riferimento per la realizzazione di Unimi - spiega Luisa Ferrario, responsabile Divisione sistemi informativi Università degli Studi di Milano - è stato individuato nel Knowledge Databases dell'Università di Helsinki, un sistema che integra una serie di database interrelati». Quello della Statale di Milano non è l'unico progetto partito sottotraccia. Il Politecnico di Torino insieme con Cineca contano di debuttare con il loro repository entro la prima metà del 2012. «Un aspetto che non va sottovaluto - spiega Shiva Loccisano del Politecnico - è che per accedere ai finanziamenti dei progetti europei ma anche per partecipare a bandi internazionali sempre più spesso è necessario presentarsi con partnership pubblico-privato. Uno sportello di collegamento con le imprese per servizi di ricerca in conto terzi potrebbe rendere le università italiane più presenti a livello internazionale». Chiaramente non c'è solo Torino e Milano: anche altri atenei si stanno muovendo in questa direzione, la Federico II di Napoli, Parma e prima di loro l'Università di Padova e la Sapienza di Roma.
«L'idea va sostenuta ma ci vuole cautela anche per evitare di trasmettere l'idea dell'università come supermercato di prodotti anziché luogo dove si promuove il nuovo - commenta Riccardo Pietrabissa presidente del Netval -. Il vero problema sono i criteri di selezione. All'Università tutti (i docenti) pensano e dicono di saper fare tutto. Quando poi arriva l'azienda a chiedere aiuto iniziano i problemi. Chi è impegnato in progetti di ricerca europei e lavora con multinazionali magari non ha tempo per i problemi dei piccoli. Sarebbe interessante, magari con il sostegno del territorio, dare vita a un azionariato virtuale che coinvolga le Pmi e i ricercatori che pur continuando a lavorare all'univesità potrebbero dedicarsi allo sviluppo per l'impresa».
«Servirebbero strumenti di condivisione e diffusione e la nascita di nuovi soggetti specializzati al servizio sia della domanda che dell'offerta di innovazione. La singola università - aggiunge Mario Salerno di Fondazione Filarete - non è detto che abbia la massa critica per rispondere alla domanda di innovazione del proprio territorio».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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