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Questo articolo è stato pubblicato il 04 marzo 2012 alle ore 13:49.
Il filo che cuce industria e sostenibilità
Hannah Jones ama citare Edson Arantes do Nascimiento. «Non corro dov'è la palla, ma dove la palla sarà», diceva il calciatore, meglio noto come Pelè. «Nel lungo periodo, le imprese dovranno fare i conti con una popolazione mondiale in aumento e con la crescente scarsità di risorse naturali», commenta la Jones, inglese, vicepresidente di una multinazionale americana da 20 miliardi di dollari. «E noi intendiamo andare 'dove la palla sarà', se non addirittura decidere dove sarà. Perché le imprese che non investono nella sostenibilità, lo fanno a proprio rischio e pericolo».
Il motto di Pelè si addice bene all'azienda di Hannah Jones, che a colpi d'innovazione s'è guadagnata la leadership mondiale nell'industria delle attrezzature per lo sport: nata nel 1964 come Blue Ribbon Sports, è diventata una celebrità dopo essere stata ribattezzata Nike alla fine degli anni '70. Ma s'addice anche alla storia di Hannah Jones - già giornalista alla Bbc, già consulente aziendale - che è diventata una celebrità proprio per aver impresso alla Nike la svolta sostenibile, parte integrante di una strategia di lungo termine. «Ogni volta che riesco a ridurre lo spreco di materiali - dice sorridendo - il mio direttore finanziario è contento».
Chissà com'è contento ora che la Nike ha alzato il velo su Flyknit, la nuova scarpa da corsa che viene prodotta con un solo filo di poliestere mirabilmente intrecciato: i residui della lavorazione sono praticamente pari a zero. La scarpa pesa 160 grammi ed è pensata per i maratoneti delle imminenti Olimpiadi di Londra. «Ci vogliono 40mila passi per concludere una maratona - reclamizzano alla Nike - e, alla fine della corsa, il peso risparmiato equivale al peso di un'automobile». Chissà a quanto equivale il peso dei materiali risparmiati su tutte le Flyknit che verranno prodotte.
«La sostenibilità - spiega Hannah Jones, incontrata a New York durante la presentazione dei nuovi modelli Nike - non deve andare a scapito della qualità. Il nostro primo imperativo è come migliorare i prodotti. Il secondo, è di renderli superati e obsoleti nel futuro». Il che, non ha implicazioni marginali. «Dobbiamo ripensare i materiali che usiamo, il disegno dei prodotti e anche il modo di fabbricarli». Che, per un'azienda con 36mila dipendenti, mille fabbriche in conto terzi, duemila fornitori e che incorpora 75mila tipi di diversi materiali nei suoi prodotti, non è esattamente una passeggiata.
A volte l'innovazione può essere elementare, come alleggerire del 23% il cartone delle scatole da scarpe, che ha aiutato la Nike a ridurre il cartone riciclato che usa (pari a 200mila alberi all'anno). Oppure tecnicamente più complessa, come le tenute olimpiche di numerose squadre (incluso il Brasile di Pelè) che, fatte al 96% di poliestere riciclato, vengono realizzate con 13 bottiglie di plastica. Da quando Nike ha adottato questa tecnologia nel 2010, perfezionandola nel frattempo, ha già ridato vita a 115 milioni di bottiglie, che messe in fila potrebbero cingere la Terra. «Se vuoi ottenere un cambio radicale nei materiali - rimarca la Jones - devi partire dalla chimica». La multinazionale che sta di casa a Portland, nell'Oregon, conta già su un'autentica biblioteca di nuovi materiali, che cresce a vista d'occhio.
Secondo Hannah Jones, che nella scala gerarchica di Nike è vicepresidente per la sostenibilità e l'innovazione, questo nuovo modo di guardare alla produzione finirà per cambiare profondamente la competizione. «Da un lato, stiamo collaborando attivamente con i concorrenti, con i quali condividiamo spesso fornitori e materiali usati - spiega - ma dall'altro, nel lungo periodo, l'attenzione alle ragioni dell'ambiente finiranno per cambiare il gioco competitivo. La sostenibilità diventa il metro per misurare l'innovazione». Non solo ridurre gli scarti, ma ridurre i consumi di acqua e combustibili fossili è laddove l'industria è destinata ad andare.
In barba al Senato americano che si è opposto alla legge Obama sulla riduzione delle emissioni-serra, la Nike propugna iniziative per contrastare il riscaldamento climatico. «Abbiamo contribuito alla fondazione di Bicep, una coalizione di imprese che chiede l'adozione di una coraggiosa legislazione ambientale», racconta Jones. «Crediamo che ci sia bisogno di una carbon tax, di uno standard internazionale per la riduzione delle emissioni, che dia alle imprese un chiaro messaggio: bisogna muovere verso un altro modello industriale. Verso un futuro più sostenibile». Se non altro, perché è laggiù, che è diretta la palla.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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