Storia dell'articolo

Chiudi

Questo articolo è stato pubblicato il 08 aprile 2012 alle ore 15:35.

My24
Quando la rete non bastaQuando la rete non basta

Marco Bottone è il più contento di tutti: «Il giorno più bello della mia vita è stato il 15 novembre del 2009 - racconta con spiccato accento napoletano -. Ero davanti alla televisione quando mia mamma mi urla: Marco, corri che c'è Youtube al telefono. Pensavo che le avessero fatto uno scherzo e invece non era così». Oggi si considera un uomo di successo, un imprenditore e non l'ennesima Youtube star: «Il mio portale dedicato al fitness è tradotto in 13 lingue, ho un fatturato a 5 zeri e con la mia attività dò da lavorare a sei persone. L'ho chiamato Passion4Profession, con la p rovesciata a formare un cuore perché io, lo scriva, sono un uomo abbastanza di cuore». Quella di Marco Bottone non è l'ennesima storia di chi ha fatto i soldi con internet un po' per caso.

Nasce 'personal trainer, torna da un viaggio in Florida con la convinzione di voler creare un business sui video di fintness. Nel 2005 non c'è granché a parte qualche lezione in videocassetta. Bussa a Sviluppo Italia con il progetto di un portale web multilingua ma gli chiudono la porta in faccia, definendo la sua idea «irrealizzabile». Marco, che oggi ha trentun anni, se la lega al dito. Studia programmazione, impara a creare personaggi in 3D ma capisce subito che ha bisogno di aiuto. La famiglia gli passa 1.400 euro ogni tre mesi. Lui contatta degli sviluppatori in Bielorussia per la grafica del sito («li pagavo cento dollari a settimana»), per le traduzioni contatta gli italiani di Loquendo, spende un sacco di soldi fino al 2008, quando crea un canale Youtube, entra nel programma di partnership e comincia a guadagnare qualcosina con la pubblicità.

«Con dieci video caricati raccoglievo 30-40 dollari - ricorda -. Sono passato a 300 dollari sempre con l'adversing lavorando su community e localizzazione e con l'aiuto di Yotube che grazie a me genera oltre un milione di dollari in pubblicità». Oggi Bottone ha diversificato, metà del suo giro d'affari passa dal mobile, dalle app per smartphone, ma non intende fermarsi. Anche perché non se lo può permettere. La generazione che ha puntato sulla rete ha capito subito che internet non è un luogo diverso dalla realtà fisica. Non esiste una economia digitale come è una scorciatoia giornalistica il fantomatico popolo della rete. Esiste 'soltanto' una tecnologia che abilita il business quando ha basi solide, che certifica il talento quando c'è.

Le storie raccontate da Giampaolo Colletti nel libro "www.workers: i nuovi lavoratori della rete" suggeriscono come commercio, consulenza, sviluppo software e servizi sono attività che possono trovare nella rete un mezzo per disintermediare la burocrazia, raggiungere mercati più ampi o trovare nuove forme di collaborazione. Indipendentemente dalla dimensione dell'attività. Marega, per esempio, è uno storico atelier veneziano che da oltre 30 anni realizza artigianalmente maschere di cartapesta. Nel 2006 lanciano la prima campagna online con AdWords di Google, il sito passa da 15 a 30mila utenti unici al mese. «Commerciamo con tutto il mondo - racconta Barbara che lavora al sito -. Non siamo però una fredda piattaforma di e-commerce. Ci teniamo a mantenere un rapporto artigianale con i clienti attraverso la mail e il telefono. Purtroppo i costi di spedizione continuano a essere altissimi: non siamo grandi come Amazon, non possiamo strappare le loro tariffe, per cui a volte facciamo fatica. In certi casi il costo del trasporto è superiore a quella della maschera». Oggi l'atelier Marega lavora prevalentemente all'estero, con i «nuovi ricchi», in primis Russia ma anche Ucraina, Lettonia e mercati asiatici. E da pochi mesi ha scoperto Facebook. «Pubblichiamo qualche foto ma abbiamo già un riscontro di clienti che passano da questo social network».

Accanto alle applicazioni per dispositivi mobili (smartphone e tablet) anche sulle reti sociali si sta concentrando l'attenzione di chi sviluppa software. Qui le barriere sono basse ma è difficile emergere soprattutto nel mercato più attraente di questi anni, quello dei videogiochi. Fino all'anno scorso il gruppo King.com aveva progettato giochi di abilità accessibili attraverso internet. Poi ha sperimentato il passaggio all'interno dei confini di Facebook. Sale nelle classifiche e all'inizio di aprile, secondo le rilevazioni di AppData, sono 35,5 milioni le persone che partecipano ai suoi videogame, lanciati come applicazioni software per il social network. È ottavo al mondo su Facebook. L'amministratore delegato di King.com è Riccardo Zacconi: vive da vent'anni all'estero, soprattutto tra Gran Bretagna e Svezia. Il fatturato è raddoppiato. E prevede di assumere entro l'anno altri cento dipendenti.

Nel 2003 Zacconi fonda la sua startup con un partner: investono i loro risparmi per finanziarsi. All'inizio sono in sei, inclusi quattro sviluppatori software dell'area tecnica a Stoccolma. L'intuizione è lanciare giochi gratuiti su internet: puntano al coinvolgimento del pubblico femminile e di una fascia adulta della popolazione. L'Europa e in particolare la Germania sono le prime aree geografiche di crescita. Due anni dopo la startup raggiunge il profitto e riceve un investimento di 34 milioni di euro da parte di Index Ventures.
Per il passaggio sul social network, King.com adatta Bubble Witch Saga e altri titoli alla partecipazione nella rete sociale online, ad esempio attraverso una mappa e meccanismi per la diffusione del passaparola. I partecipanti sono per il 60% donne con più di 18 anni. Alimentano una macchina da soldi attraverso inserzioni pubblicitarie, vendita di beni virtuali e tornei online a pagamento.

Commenta la notizia

Shopping24

Dai nostri archivi