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Questo articolo è stato pubblicato il 14 maggio 2012 alle ore 11:42.

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Il traguardo della vista bionica si avvicina. Un gruppo di ricerca della University of New South Wales di Sydney ha annunciato di aver realizzato un dispositivo che potrà essere testato sui pazienti già a partire dal prossimo anno. Di più, il centro di ricerca australiano ha messo in piedi un vero e proprio laboratorio per la produzione dei propri apparecchi con un investimento di 2 milioni e mezzo di dollari, in modo da poter fare tutto in proprio, dalla ricerca di base alla costruzione dei chip, ai test e alle sperimentazioni cliniche.

Il sistema che è stato messo a punto dagli scienziati australiani si potrebbe definire un sistema "misto": c'è una telecamera che raccoglie le informazioni, le trasmette a un apparecchio esterno, che potrebbe anche essere uno smartphone, che le elabora e le rispedisce verso l'occhio umano. Nella retina del paziente, però, viene impiantato un chip in materiale biocompatibile che contiene 98 elettrodi e che trasforma le informazioni in segnali elettrici per il nervo ottico e, quindi, per il cervello. In pratica la retina, ossia il tessuto dell'occhio capace di trasformare i segnali luminosi in segnali elettrici per il cervello, viene fortemente potenziata grazie al dispositivo elettronico impiantato.

Non si tratta, dunque, di una vera e propria retina artificiale, come quella alla quale stanno lavorando diversi centri nel mondo e anche i ricercatori italiani dell'Iit di Milano e che potrebbe completamente sostituire la retina di chi non vede. Ma nemmeno di un sistema che elabora le immagini per trasmetterle direttamente al cervello, saltando del tutto l'occhio malato e magari anche il nervo ottico.

Il limite del sistema australiano è che nella retina delle persone a cui impiantare il dispositivo devono esserci un certo numero, anche se piccolo, di cellule funzionanti. E che il sistema di connessione tra l'occhio e il cervello, a partire dal nervo ottico, deve funzionare. Insomma, anche se davvero funzionerà, non andrà bene in tutti i casi, ma solo quando il problema della vista è legato alle malattie del'occhio e della retina. Il grande vantaggio è che il dispositivo appare più semplice da realizzare e ormai quasi pronto per una vera sperimentazione.

Così almeno promette il professor Gregg Suaning, della Graduate School of Biomedical Engineering della UNSW e leader del progetto. Nessun miracolo, comunque, chiarisce Suaning: l'apparecchio che hanno realizzato funziona bene nei primi test di laboratorio e promette di essere una speranza per le persone affette da retinite pigmentosa, ma quello che ci si può aspettare è che chi oggi non vede possa arrivate a distinguere meglio luci e ombre e a muoversi in modo più autonomo. Per immaginare un completo recupero della vista bisognerà ancora aspettare. Anche se al Bionic Vision Australia , il consorzio voluto e finanziato dal Governo australiano che mette insieme anche l'Università di Melbourne e altri centri di ricerca, stanno mettendo a punto anche un secondo prototipo, più complicato e che dovrà attendere almeno 12 mesi in più per poter essere provato sull'uomo.

Si tratta, in questo caso, di un apparecchio con oltre mille elettrodi da impiantare sulla retina dei pazienti per stimolare la vista.
E non è tutto. Avere adesso a disposizione una piccola fabbrica, con tanto di camera sterile, per produrre i propri dispositivi potrebbe portare a sviluppare anche nuove idee all'interno del consorzio. Per esempio, spiega il professor Nigel Lowell, «all'integrazione di dispositivi bionici impiantabili con sensori da indossare per il monitoraggio a distanza dei pazienti, sostenendo le nostre ricerche sui sistemi personalizzati per la gestione della salute che potrebbero essere applicati a un gran numero di malattie croniche».

paolo.magliocco@videoscienza.it

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