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Questo articolo è stato pubblicato il 02 giugno 2012 alle ore 19:33.

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La città dei media digitali, dei social network, dei telefonini che si connettono, delle mappe interattive. Quella invisibile che prende forma negli schermi dei device mobili. E poi le strade, polvere, inquinamento, auto e semafori. Come una matrioska, i sotterranei del vivere collettivo sono l'esplorazione del presente.

«È una vecchia storia - commenta Francesco Casetti, professori di cinema e media all'università di Yale -. I media hanno cambiato il paesaggio delle nostre abitudine ma anche l'ecologia del sistema. Il salotto ha fatto spazio prima al grammofono poi al televisore. Le città con la modernità si sono strutturate per aprirsi all'ingresso delle merci. Nel corso del Novecento i media operavano in spazi semi-pubblici (cinema) e privati (televisione, radio). Dalla fine del XX secolo, i mezzi di comunicazione hanno ampliato la loro portata senza più distinguere tra spazi pubblici e privati. Ma per la prima volta i media digitali stanno trasformando non solo i rapporti dentro la città ma anche le funzioni. Improvvisamente il rapporto tra centro e periferia non è più quello di una volta».

L'Italia vista dagli schermi di un computer è una comunità di interazioni che si geolocalizzano su una mappa. Bolle dentro a cui si concentrano persone e storie. Che hanno uno spazio e nuovi riti. «I confini geografici raccontano sempre meno i riti e le esperienze delle collettività», osserva Casetti che giovedì alla Triennale di Milano introdurrà una due giorni di convegno dal titolo «Media/City: nuovi spazi, nuova estetica». Concetti come centro/periferia o interno/esterno perdono gran parte del loro significato. Anche il senso dello spazio ne risulta sovvertito: "qui" e "là" confluiscono in nuove combinazioni, e il "dove siamo" diventa contingente e condizionale.

«Tuttavia - sottolinea - non è vero che i nuovi dispositivi aboliscono il senso del territorio. La geografia virtuale e quella fisica si mescola non non si sovrappone». Anzi, i designer delle città dovrebbero proprio prevedere queste sovrapposizione creando spazi adeguati.
I parchi connessi via wi-fi, l'esperienza degli Starbucks così come l'esperienza di social network come Foursquare hanno determinato in questi anni non luoghi collettivi anarchici. I media garantiscono il flusso delle informazioni e al tempo stesso si collocano all'interno dello spazio urbano. Contribuiscono alla circolazione dei messaggi, e al contempo garantiscono la localizzazione del fluire di informazioni. Sotto questo profilo, i media appaiono come antenne capaci di catturare elettricità nell'atmosfera e di scaricarla in un punto preciso. Dagli schermi tv dei centri commerciali ai monitor nei locali dei servizi di sorveglianza, dagli smartphone fino ai megaschermi come quelli in Federation Square a Melbourne o in Times Square a New York.

Un mondo virtuale di interazione in uno spazio reale. «Un aspetto interessante - osserva il professore di Yale da tre anni emigrato negli Stati Uniti - è che mentre la circolazione dei messaggi è globali, il loro impatto è locale». La primavera araba deve chiaramente moltissimo a twitter, ai telefonini, ai social network. Ma quella stagione di protesta non ha significato solo la comunicazione della rivolta a un pubblico più vasto. È stato anche un modo per far incontrare il movimento. Le immagini atterravano non solo sui telefonini di tutto il mondo ma anche su quelli di coloro che vivono sulle strade.

Era un modo per tenersi in contatto, per incontrarsi, per mobilitarsi sul territorio. Trovarsi in un posto preciso sapendo che qualcuno dall'altra parte del mondo era testimone di quanto stava accadendo ha reso quella protesta un evento unico. «Le immagini dei morti e delle manifestazioni - racconta il professore - erano riprese a Times Square. Questa piazza è oggi un luogo di schermi multimediali attraverso cui i cittadini si incontrano e osservano il mondo». Nascono e interagiscono nuove funzioni, come un rinnovato bisogno di spettacolo (a cui rispondono per esempio le facciate multimediali) o la necessità di controllo (con le telecamere di sorveglianza). Nuove forme di condivisione sociale: collettività e vita pubblica sperimentano inedite modalità d'incontro. E si afferma una nuova economia basata sulla creatività e su un approccio creativo alla vita. Il nuovismo nasconde però controllo, intercettazione, censura e un rischio vero di digital divide che esclude quella parte di popolazione low tech e che non ha risorse per accedere ai media digitali. Come una matrioska le città rischiano di custodire sottomondi, sotterranei molto, forse troppo reali.

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