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Questo articolo è stato pubblicato il 02 agosto 2012 alle ore 10:53.

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I numeri del social network più popolare del mondo, resi noti in occasione dell'ultima trimestrale, li conoscono ormai tutti: 955 milioni di utenti attivi su base mensile, di cui 543 milioni classificati come mobili. Nel documento inviato alla Secuirty Exchange Commission c'era anche un'altra cifra, 102 milioni, ed è quella di coloro che sono entrati nei rispettivi profili online, nell'arco dell'ultimo mese censito (giugno), solo ed esclusivamente attraverso smartphone e tablet.

Ci sono però altri numeri, altrettanto importanti, che sono emersi solo in una successiva nota emessa dalla società di Marck Zuckerberg, e cioè il numero di utenti "fake", fasulli, di Facebook. Che sono la bellezza di oltre 83 milioni, l'8,7% della community globale del social network. Così ripartiti: il 4,8% sono profili duplicati, il 2,4% sono account erroneamente classificati e l'1,5% come indesiderabili (utenti che violano i termini d'uso del servizio per attività come lo spamming). A destare qualche allarmismo è anche il fatto che, rispetto alle precedenti stime rese pubbliche dalla compagnia di Menlo Park, la percentuale di utenti falsi o duplicati è in aumento, considerando che il dato relativo a marzo oscillava fra il 5 e il 6%, e quindi l'equivalente di una forbice di 42-51 milioni di utenti.

Facebook fa notare in proposito come i numeri di cui sopra rimangono pur sempre delle stime calcolate in base all'attività online degli account registrati e i parametri di misurazione relativi ai servizi del social network variano su scala mondiale in funzione della corposità degli utenti e delle modalità di accesso. Resta il fatto che al 30 giugno 2012 ogni 100 account attivi cinque sono stati bollati come duplicati.
Il problema dei "fake" è quanto mai di attualità – basti pensare ai falsi follower su Twitter con protagonisti personaggi assai popolari nella Rete come Beppe Grillo – ed ha una diretta ricaduta sull'atteggiamento delle grandi multinazionali in qualità di investitori pubblicitari. Non sono rari i casi di recessione dei contratti e c'è chi ipotizza come nel caso di Facebook la prosperità dei "fake like" sia volontaria e strettamente collegata al sistema di advertising del social network. E il discorso, ovviamente, interessa da vicino anche Google+ e Microsoft Socl.

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