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Questo articolo è stato pubblicato il 10 novembre 2012 alle ore 15:51.

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La peer production arriva a lambire anche i distretti industriali italiani, che tentano il passaggio da strutture analogiche a digitali, diventando reticolari. Così le filiere si riconvertono grazie alle nuove tecnologie e nascono nuove geografie di una produzione differente, collettiva, orizzontale.

Sono imprese partecipate che delocalizzano filiere di produzion: è la storia di successo di Boris Bandyopadhay e della sua Alvari, raccontata domenica su Nova.

L'Italia che fa peer production. Anche in Italia appaiono, seppur timidamente, progetti embrionali di peer production, ovvero progetti di produzione paritaria o orizzontale. In Italia si registra un ritardo culturale e infrastrutturale, ma ora c'è più consapevolezza», afferma Massimo Menichelli dell'Aalto University finlandese durante il meeting "Cna Next" dei giovani imprenditori Cna, incentrato proprio sulle intelligenze collettive. «L'open source è basato sulla condivisione del progetto, l'open innovation è basato sull'uso della proprietà intellettuale come merce di scambio», precisa Menichelli.

La filiera toscana di Jenuino. Si moltiplicano anche la storie di cooperative partecipate dove l'alleanza è data da gruppi di produttori o piccoli esercenti con consamatori più attenti e consapevoli. In Italia lo scacchiere dei differenti settori merceologici cambia forma e sostenza.In Toscana è nato Jenuino, il social commerce acceso da due giovani trentenni. Attualmente consorzia centiventi aziende agricole dell'area maremmana, prevalentemente biologiche. L'obiettivo è avvicinare consumatori e produttori, semplificando la filiera complessa che si era venuta a creare, sul modello dei farmer market inglesi che ad oggi riescono ad intercettare migliaia di consumatori consapevoli. Il tutto per riportare prodotti di qualità sulle tavole dei consumatori.

Distretti industriali digitali. Così la peer production stravolge le filiere tradizionali. Si configura uno scenario di manifattura distribuita. «Il diffondersi del paradigma della "peer production" consente di ridefinire nuove forme di "distretti digitali" non più basati sulla concentrazione su un territorio fisico, bensì sulla condivisione di un protocollo di interscambio e di un meccanismo di allocazione e suddivisione delle attività a valore aggiunto.

Queste ultime vengono disaggregate e parcellizzate, così da richiedere solo un minimo livello di controllo centralizzato e da poter essere eseguite senza la tradizionale supervisione del management gerarchico con funzioni di comando e controllo», racconta Carlo Alberto Carnevale Maffè, docente di strategia aziendale presso SDA Bocconi.

ll ruolo dei giovani imprenditori. La rete come volano di crescita per un processo condiviso. «L'Italia, che pure avrebbe una grande tradizione di imprenditorialità diffusa e una storia d'eccellenza nell'eredità dei distretti industriali è oggi sfavorita da una legislazione fiscale e giuslavoristica avversa e dalla scarsa massa critica della domanda. Ma c'è un grande spazio per i giovani imprenditori che vogliano aggregarsi a piattaforme di peer production globali», conclude Carnevale Maffè.

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