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Questo articolo è stato pubblicato il 12 dicembre 2012 alle ore 13:18.

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Apple, Google, Microsoft, Facebook: le grandi firme hi-tech americane hanno tutte (chi più, chi meno) trovato il modo di ridurre drasticamente gli oneri fiscali da versare ai Paesi europei in cui operano le rispettive filiali o consociate.

Della lista fa parte anche Amazon, il gigante dell'e-commerce, cui l'agenzia Reuters ha dedicato un approfondito articolo nei giorni scorsi per documentare le azioni intraprese sin dal 2005-2006 (con l'apertura di una sede in Lussemburgo, cui fanno capo le attività di vendita delle controllate attive nel del Vecchio Continente) per evitare di pagare centinaia di milioni di euro di tasse.

A pagare dazio ai noti e cosiddetti sistemi del "doppio irlandese" e del "panino olandese" cui ricorrono le multinazionali per eludere "lecitamente" l'imposizione fiscale è stato in particolare il Regno Unito. I dati relativi al 2010 dicono che Google ha versato al governo di Londra circa 238mila sterline, a fronte di un giro d'affari di 175 milioni, Amazon ha pagato imposte per 517mila sterline su 147 milioni di ricavi, Facebook ha staccato un assegno da 396mila sterline su 15,2 milioni di entrate mentre Apple ha girato al fisco di sua Maestà circa sei milioni di pound su un giro d'affari di 69 milioni.

Emblematico, poi, il caso di Starbucks: nel 2011 la catena di caffetterie più famosa al mondo ha fatturato nel Regno Unito 398 milioni di sterline (con 735 esercizi commerciali) senza versare nemmeno una sterlina di tasse e dal 1998 ad oggi ha generato introiti per tre miliardi di sterline versandone solo 8,4 milioni in "corporation tax" (la tassa sulle imprese al centro della polemica oltre Manica). Messa al muro da più parti e oggetto di una protesta dei consumatori britannici che ha interessato lo scorso 8 dicembre decine di locali in tutto il Paese, la multinazionale americana ha ammesso ora di aver eluso il fisco offrendosi di pagare 20 milioni di sterline nei prossimi due anni.

Tornando ad Amazon, che come eBay si appoggia a una sussidiaria aperta in Lussemburgo, va detto che il colosso di Seattle è finito davanti alla Commissione parlamentare dei Conti pubblici inglese lo scorso 12 novembre (in compagnia di Google e di Starbucks). Il sistema messo a punto dalla compagnia nordamericana per evitare il pagamento della "corporation tax" sfrutta la possibilità di considerare come soggette al fisco inglese le sole operazioni di spedizione, mentre le vendite dal sito amazon.co.uk ricadono nella gestione della succursale lussemburghese Amazon EU Sarl, che del sito inglese è proprietaria. Quest'ultima, nel 2010, ha contabilizzato ricavi per 7.5 miliardi di euro con un organico di 134 persone mentre la controllata del Regno Unito (con oltre 2.200 addetti in organico) ha esibito un imponibile fiscale inferiore ai 150 milioni di sterline a fronte di effettive entrate nette derivanti dalle transazioni online nell'ordine dei 2,3 miliardi.

Il documento riservato (è depositato presso l'Autorità di Borsa statunitense, la Securities and Exchange Commission) sottoposto alle autorità inglesi da Andrew Cecil, Direttore Affari pubblici di Amazon per i Paesi Ue, è stato in parte reso pubblico sul sito del Parlamento inglese e rivela i dettagli finanziari relativi alle attività della multinazionale anche in Italia, Francia, Spagna e Germania. Nel Regno Unito il fatturato 2011 è stato di 3,35 miliardi di sterline con utili pre-tasse pari a 74 milioni: 207 i milioni di ricavi dichiarati. Nella Penisola le entrate sono state di 154 milioni di euro, Oltralpe di 889 milioni contro i 110 milioni iscritti a bilancio come imponibile fiscale: Amazon ha pagato al governo francese 3,3 milioni di euro di oneri fiscali per l'esercizio 2011.

Da Amazon hanno spiegato perchè la società con sede in Lussemburgo non lede alcuna legge Ue: i ricavi ufficialmente dichiarati sono calcolati in funzione di un margine sui costi operativi relativi ai servizi forniti alle altre società del gruppo (attività logistiche, relazioni coi clienti, contabilità e fisco, risorse umane, merchandising e acquisti) e ogni controllata riceve una compensazione per tali servizi. In altre parole la società di Seattle versa al fisco inglese, come a quello di altri Paesi, il dovuto previa certosina opera di ottimizzazione fiscale. Opera che prevede, per esempio, l'obbligo per le varie controllate di versare a un altra filiale lussemburghese (Amazon Europe Holding Technologies SCS, entità di cui lo stesso Cecil dettaglia la struttura e che nel 2011 ha contabilizzato un utile netto di 302 milioni di euro) le royalties per l'uso della tecnologia alla base dei siti e dei relativi brevetti. Costi di vendita, oneri operativi e diritti vari assorbono di conseguenza la quasi totalità del reale fatturato delle controllate, che al fisco vanno quindi a dichiarare un margine pre-tasse inferiore al 2% del giro d'affari.

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