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Questo articolo è stato pubblicato il 17 febbraio 2013 alle ore 15:04.

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Su Twitter, prevedibilmente, Beppe Grillo ignora tutti i politici, il centrodestra è curioso verso le altre coalizioni, l'alleanza di centrosinistra è un po' autoreferenziale. La rete delle interconnessioni sul social network sembra l'ombra, neanche troppo sfumata, delle relazioni reali tra le forze politiche in corsa per prossime elezioni.

La visualizzazione di electionista.com, elaborata per Il Sole 24 Ore mostra i follower e le connessioni tra i 40 account ufficiali dei partiti e dei leader di partito/coalizione (con dati aggiornati al 31 gennaio scorso).
Tra i leader delle coalizioni il più seguito si conferma Beppe Grillo con 849.790 follower, che incassa l'effetto digitale essendo stato tra i primi a scommetterci, a partire dal blog. «D'altra parte il modo in cui viene utilizzato il mezzo si rispecchia nel numero di follower» spiega Alberto Nardelli, co-fondatore di Tweetminster, startup londinese che ha ideato electionista, piattaforma che segue politica e votazioni su Twitter. «Il leader del centrodestra – continua Nardelli – non ha un account ufficiale e un po' tutta la coalizione ne risente in termini di follower».

L'account @berlusconi2013 (che ha superato i 66mila follower) non è infatti ufficiale e il network personale è @forzasilvio.it. Ancora più interessante osservare le connessioni all'interno delle coalizioni e tra le diverse coalizioni. Attraverso l'analisi del «chi segue chi» sul social network si può giocare a ricostruire (presunte) amicizie e inimicizie. Gianfranco Fini segue Pierferdinando Casini e Mario Monti, ma non è contraccambiato. E sarà un caso che Nichi Vendola segua Pier Luigi Bersani, che invece lo ignora?

E tra le diverse coalizioni cosa succede? Beppe Grillo è il più autoreferenziale: non segue nessuno – nemmeno i leader – all'esterno del Movimento 5 Stelle. Anche il centrosinistra non scherza: non ha nessun link né con la coalizione di centrodestra, né con Fare per fermare il Declino di Oscar Giannino. E Bersani non segue nessuno dei suoi competitor. Il centrodestra segue un po' tutte le altre coalizioni, come anche la coalizione Scelta civica di Monti e Rivoluzione Civile di Antonio Ingroia. Giannino e Grillo – non a caso destinati a spartirsi l'elettorato del dissenso – si ignorano completamente.

«I politici italiani usano Twitter principalmente come mezzo di promozione, per accreditarsi, per comunicare ciò che stanno facendo. E spesso si limitano al monitoraggio mediatico, ovvero a vedere quello che sta succedendo» aggiunge Nardelli. Ma questo ormai non basta più. Per una comunicazione politica efficace serve ben altro. Innanzitutto la consapevolezza che il numero dei follower, come il numero dei tweet, non sono dati di per sè significativi, soprattutto per chi ha scelto di fare un mestiere – come la politica – basato sulle relazioni e le connessioni.

La parola chiave – l'hashtag si direbbe su Twitter – è interazione. Imparare a rispondere, retweettare, menzionare. Regola che vale per tutti gli utenti. Ma come si declina per i politici? «Dovrebbero affidare il monitoraggio mediatico a un account istituzionale e poi imparare a reagire. Prendiamo per esempio l'ultimo Consiglio europeo a Bruxelles.

Monti ha postato il video del suo arrivo mentre il ministro degli Esteri finlandese Alexander Stubb e il portavoce di Angela Merkel hanno commentato il budget europeo» conclude Nardelli, che dal suo osservatorio segue 100 paesi. E aggiunge che Twitter in Italia ha avuto un'esplosione di account e di follower in tempi rapidissimi. Ma che sconta un uso giovane del mezzo. Negli Stati Uniti, in Gran Bretagna, nei Paesi Scandinavi i politici commentano in diretta le notizie del loro paese e del resto del mondo.

«I politici non hanno chiara la differenza tra i social media. Per esempio, usano Twitter come Faceook. Ma il primo ha una modalità di interazione tipo assemblea, il secondo tipo comizio con un'interazione più limitata» spiega Andrea Boscaro, autore di «Fare politica digitale» (assieme a Paola Giudiceandrea, uscito nel dicembre scorso per Franco Angeli).

Insomma, i politici – sostiene Boscaro – seguono pochi account e non intervengono in modo tempestivo, col rischio di essere percepiti come inautentici. Saranno comunque le prime elezioni social? «Sicuramente sì. Ma non saranno le prime elezioni digitali. Negli Usa il 60% degli utenti è arrivato sul sito di Obama attraverso una pubblicità online su Google e Facebook, che sfrutta il microtargeting, con una profilazione degli utenti in base a interessi o a caratteristiche sociodemografiche. Si potrebbe fare in Italia».

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