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Questo articolo è stato pubblicato il 02 marzo 2013 alle ore 09:40.

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La cyber guerra tra Stati Uniti e Cina è cominciata da almeno un decennio ma ora sembra assumere i connotati di un confronto aspro e alla luce del sole, complici alcune rivelazioni che hanno reso di dominio pubblico dettagli ed episodi che fino a oggi erano rimasti custoditi negli archivi dell'intelligence. Il 28 febbraio il ministero della Difesa cinese ha denunciato che i siti internet militari avevano subito 144 mila cyber attacchi al mese nel corso del 2012 sostenendo che il 62 per cento di questi erano originati negli Stati Uniti. Pechino non aveva mai ammesso di subire attacchi informatici e, pur non rivelando se questi abbiano avuto successo o meno , è probabile che le dichiarazioni cinesi abbiano anche l'obiettivo di ridurre la percezione diffusa non solo negli Stati Uniti che siano proprio i cinesi i principali protagonisti della cyber war.

L'iniziativa cinese sembra far parte di un'offensiva mediatica allargata tesa a dimostrare che Washington è il principale cyber aggressore. Il portavoce militare Geng Yansheng ha riferito di corposi dossier che dimostrano le responsabilità statunitensi negli attacchi e ha accusato Washington di non collaborare allo sforzo internazionale contro il crimine informatico.
La Casa Bianca si è rifiutata di rispondere alle accuse cinesi ma ad accendere le polveri aveva provveduto il 20 febbraio scorso il rapporto della società Mandiant, tra i consulenti dell'Amministrazione di Washington in materia di sicurezza informatica, che ha localizzato la base operativa da dove sono stati lanciati dal 2006 centinaia di massicci cyber attacchi cinesi che hanno colpito siti internet istituzionali e delle più importanti aziende energetiche e hi-tech statunitensi sottraendo informazioni e dati a 141 di queste.

Secondo il report, basato su centinaia di indagini effettuate negli ultimi tre anni, la base della cyber war cinese si trova in un complesso militare di Shangai dove opera l'Unità 61398, il reparto addetto alle operazioni informatiche contro gli Stati Uniti facente capo al Terzo Dipartimento dell'Esercito popolare di liberazione (le forze armate cinesi), il corrispondente cinese del Cyber Command istituito nel 2009 dagli Stati Uniti nell'ambito dello Strategic Command del Pentagono. La struttura militare cinese impegnerebbe circa 30 mila militari con il supporto anche di hackers ed esperti civili e disporrebbe di unità per la cyber-war mirate a colpire l'Europa e il Medio Oriente (Unità 61046) e l'Asia (Unità 61419).

In seguito al rapporto della Mandiant, il 20 febbraio il presidente Barack Obama ha annunciato che gli Stati Uniti "continueranno a combattere i furti di segreti industriali in maniera vigorosa" poiché "sono una minaccia per le aziende americane e mettono in pericolo la sicurezza nazionale e la sicurezza dell'economia americana". Il presidente non ha mai menzionato Pechino ma dei massicci attacchi, per lo più cinesi, contro i sistemi informatici di imprese e istituzioni americane ha riferito un recente rapporto della National Intelligence Estimate (le 14 agenzie di intelligence statunitensi) che cita anche le attività in questo settore di Russia, Israele e Francia. La Cina aveva respinto con decisione le accuse americane negando l'esistenza di un reparto speciale adibito a condurre attacchi informatici in tutto il mondo definendo ''senza fondamento di fatti e di basi legali'' quanto emerso dal rapporto di Mandiant.

Il portavoce del ministro degli Esteri, Hong Lei, aveva respinto le accuse dichiarando anzi che la Cina è oggetto di attacchi informatici, non ha mai attaccato Washington e dal 2004 ha assistito più di 50 Paesi in indagini su circa 1.100 casi di crimini cibernetici. Pur senza provocare vittime come i conflitti convenzionali, le cyber war sono potenzialmente in grado di paralizzare infrastrutture, istituzioni e apparato produttivo in tutti i Paesi tecnologicamente evoluti che infatti stanno correndo ai ripari istituendo strutture militari e civili di monitoraggio e difesa. Il confronto sino-americano sul fronte della guerra informatica sta però assumendo una valenza più ampia e si inserisce tra le diverse forme di pressione e di deterrenza attuate nell'ambito degli scenari strategici aperti dal programma atomico nordcoreano o dalla contesa tra Tokyo e Pechino per il controllo delle isole Senkaku. Gli attacchi cyber svolgono oggi anche il ruolo di "show the flag" fino a ieri ricoperto dalle portaerei o dalle grandi esercitazioni militari effettuate lungo i confini della potenza rivale.

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