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Questo articolo è stato pubblicato il 23 febbraio 2014 alle ore 13:38.

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"A me gli occhi!". È questo il mantra tecnologico dell'industria della telefonia cellulare, che dopo aver reso gli schermi tattili, cambiando per sempre il nostro modo di interagire, ora vuole portare l'eye tracking (in italiano "oculometria") in massa sugli smartphone e i tablet. Perché può essere molto più comodo e immediato navigare una pagina web o scrivere mail e Sms usando lo sguardo anziché i polpastrelli. Il trend è uno tra i più caldi del prossimo Mobile World Congress di Barcellona, in programma dal 24 al 27 febbraio. I primi timidi segnali d'altra parte si erano già visti l'anno scorso, con l'uscita del Galaxy S4 di Samsung, capace di identificare la faccia e gli occhi tramite la fotocamera, e di far muovere una pagina web semplicemente inclinando la testa in alto e in basso, o di mettere in pausa un video distogliendo lo sguardo. Una caratteristica di tale impatto mediatico che LG ha minacciato azioni legali per la presunta violazione di un suo brevetto adottato sull'Optimus G Pro. E in settimana sono attese altre novità (anche nel settore contiguo dei sistemi biometrici, con il Galaxy S5 che secondo indiscrezioni dovrebbe sbloccarsi riconoscendo l'iride del proprietario).
Le potenzialità dell'eye tracking in ogni caso valicano i confini di queste prime timide applicazioni che identificano la posizione degli occhi: nata nei laboratori di ricerca medica, per permettere ai disabili di interagire con il computer mediante lo sguardo, e in quelli militari, dove è usata dai piloti dei caccia, la tecnologia promette teoricamente di darci il controllo totale sui nostri smartphone. Un mercato in cui l'Europa è all'avanguardia, con varie società concorrenti, tra cui l'italiana Cogisen, che ha già dimostrato la possibilità di navigare a mani libere tra le icone delle app presenti sul display, la svedese Tobii, o la danese Eye Tribe, che offre al consumatore finale una barra con raggi infrarossi, da associare al tablet, per individuare la direzione dello sguardo sul display. Oltretutto il prezzo di 99 dollari rende l'idea di quanto stia diventando alla portata di tutti questa tecnologia. Da una parte c'è la promessa di rendere più intuitiva l'interazione, permettendo di usare gli occhi per giocare, sfogliare le pagine web, la rubrica o le diapositive di una presentazione, più tutto quanto è immaginabile possa derivare da una nuova "grammatica dello sguardo": ad esempio l'irlandese Fixational si è inventata una app con cui è sufficiente fare l'occhiolino per scattare una foto. Dall'altra ci sono problemi hardware e software da superare, per individuare con assoluta precisione lo sguardo, derivanti dalle mutevoli condizioni di luminosità e dalla posizione e distanza di smartphone e occhi, solitamente sempre in movimento. Inoltre è difficile creare comandi ad hoc per gli occhi, per operazioni semplici in punta di dita, come copiare e incollare un testo.
Le difficoltà però non spaventano le grandi aziende, che già si sono mosse per tempo: Apple ha già depositato vari brevetti per l'eye tracking che dovrebbero essere attuati sui prossimi modelli di iPhone e iPad, mentre voci insistenti dicono che anche Amazon entrerà entro il 2014 nell'arena degli smartphone, con un low-cost in grado di tracciare il movimento oculare per creare il "falso 3D": è l'illusione della profondità di campo creata mediante la prospettiva, muovendo gli oggetti sullo schermo in accordo col movimento dei nostri occhi. Il motivo di tutto questo fermento sta nel fatto che l'eye tracking potrebbe dare una spinta senza precedenti alla pubblicità e agli acquisti su mobile: se gli investitori saranno in grado di sapere quali punti guardiamo in una pagina web o per quanto tempo ci soffermiamo su una pubblicità, avranno accesso allo scrigno dei nostri gusti per studiare strategie di marketing sempre più efficaci. Questo equivale a dire ricerche di mercato a costo zero, geolocalizzate e profilate non solo su campioni demografici ma anche singoli individui. Non a caso Google ha brevettato il "pay-per-gaze", un sistema per i suoi occhiali a realtà aumentata, applicabile però anche agli smartphone, in cui gli investitori pagano in base a quanto a lungo viene guardata la loro pubblicità. Il futuro che ci attende si può dedurre da una dichiarazione di Moti Krispil, CEO della start-up israeliana di eye-tracking Umoove: "Se leggendo un articolo di musica, guardassi la foto di Adele per più di due secondi, potrebbe apparire sul display un pop-up che ti propone di acquistare il suo ultimo disco".

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