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Questo articolo è stato pubblicato il 01 marzo 2014 alle ore 17:17.

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Un'illustrazione dei sistemi planetari che sono stati scoperti in stelle vicino al SoleUn'illustrazione dei sistemi planetari che sono stati scoperti in stelle vicino al Sole

E' oramai guerra aperta nello spazio fra chi scopre più pianeti in stelle vicine al nostro Sole. Scopo ultimo evidente è quello di essere i primi a trovare il pianeta gemello della Terra, o almeno quello in cui alberghi sicuramente una qualche forma di vita, anche un piccolo batterio qualunque. Al momento Usa batte Europa 1.715 a pochi, grazie soprattutto al satellite Nasa Kepler, ma il vecchio continente passa alla riscossa con Plato, un progetto appena approvato dall'Agenzia spaziale europea, che partirà nel 2024 e promette ottimi risultati per portare in parità il risultato, e magari vincere.

L'americano Kepler già aveva segnalati circa 1.000 pianeti prima di andare in stallo mesi fa. Li trova tutti con la tecnica dei transiti, analizzando cioè le fluttuazioni della luce di una stella dovute al passaggio del pianeta davanti alla stella stessa, una specie di mini eclissi. Possiamo immaginare qualcosa di simile a una farfalla che d'estate passa davanti ad un lampione lontano da noi, capiamo che c'è qualcosa guardando attentamente le piccolissime alterazioni della luce del lampione stesso. Con un lavoro certosino i tecnici Nasa hanno rimesso in piedi i sistemi malfunzionanti di Kepler mentre era ancora in orbita, ed ecco che negli ultimi mesi lui ha scovato altri 715 probabili pianeti, molti dei quali di diametro relativamente piccolo, da 2 a 4 volte quello della Terra. Quattro di essi sono addirittura in zona considerata abitabile rispetto alla loro stella madre, cioè non troppo vicino alla stella stessa tanto da bruciare, come Mercurio che ha una temperatura di centinaia di gradi, né troppo distante da congelare, come Plutone, temperatura sui 250 gradi sotto lo zero. Parliamo quindi per questi 4 della distanza da una stella tale per cui sul pianeta in questione, come sulla nostra Terra, l'acqua possa mantenere allo stato liquido.
Ora ricomincia però il lavoro duro perché ogni candidato pianeta di Kepler deve essere confermato da terra, con osservazioni altrettanto se non più certosine.

Se Kepler, lanciato nel 2009 da Nasa con una spesa di 600 milioni di dollari, sta mietendo successo e dando tanto da lavorare agli astrofisici a terra, l'Europa passa al contrattacco con una missione spaziale che andrà in orbita nel 2024 e promette di surclassare il primato americano, grazie anche alla tecnologia del suo "cuore", il telescopio primario che, invece di essere unico, con una larghezza dell'obbiettivo di 1 metro circa, come in Kepler, è stato "spezzettato" in 34 telescopi molto più piccoli.

L'idea, rivoluzionaria per questo campo è stata sviluppata dal gruppo di ottica dell'Istituto Nazionale di Astrofisica diretto da Roberto Ragazzoni. «Volevamo uno strumento che permettesse di osservare come un occhio umano milioni di stelle contemporaneamente e permettesse esposizioni molto veloci. Spaccando, diciamo così, il telescopio grande in 34 piccoli avremo queste caratteristiche, altrimenti inarrivabili, e saremo in grado di studiare anche stelle molto brillanti in dettaglio» spiega Ragazzoni, nella pratica il lavoro in sovrappiù dovuto a questo sistema, ossia ricostruire un'unica immagine dalle 34 ottenute, verrà demandato ai computer di bordo che sono oggi sufficientemente veloci.

La partecipazione italiana vedrà ovviamente l'industria del Paese farsi valere in questo progetto di taglia medio grande, sui 500 milioni di euro, e il concorso di un centinaio di scienziati e ingegneri di Università ed Enti di Ricerca, che avranno da lavorare per i prossimi 15 anni in un ambiente in cui troveranno tanti altri giovani europei, come ha sottolineato Isabella Pagano, dell'Osservatorio astrofisico di Catania – Inaf che coordina per conto di Esa le attività in Italia in questo campo.

Come da sempre l'umanità immagina, i mondi nell'Universo sono infiniti, come ebbe intuizione Giordano Bruno 4 secoli fa, e considerato che oggi sappiamo osservare miliardi e miliardi di galassie ognuna con miliardi e miliardi di stelle che la compongono, bene allora il numero di "nuovi mondi" che potrebbero esistere è effettivamente fuori dalla portata della nostra immaginazione. Anche usando la statistica nel modo più pedestre possibile questo comunque porta l'esistenza del pianeta gemello della terra ad una probabilità molto alta. Gli scienziati, anche italiani, ce la stanno mettendo tutta, forse lo vedremo noi stessi presto, forse la gioia sarà per i nostri figli.

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