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Questo articolo è stato pubblicato il 19 luglio 2014 alle ore 19:39.
L'ultima modifica è del 22 luglio 2014 alle ore 11:13.

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C'è qualcuno, giovane, che in questo momento sta camminando sul pianeta Terra e che sarà il primo, uomo o donna, a lasciare la propria impronta su Marte. È questo l'augurio che tutto il mondo si fa, Nasa in testa, nella ricorrenza del quarantacinquesimo anniversario del primo sbarco sulla Luna, quello dell'Apollo 11, il 20 Luglio 1969. Del resto, se dobbiamo scegliere un'icona di quell'impresa lunare, che tenne il mondo intero col fiato sospeso per vari giorni, la migliore è proprio quell'impronta di stivale da astronauta calcata sulla spessa coltre di polvere lunare. Oltretutto è senz'altro ancora lì, a causa della completa assenza di vento sul nostro satellite.

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Certo i tempi non sono più quelli dei mitici anni '60 del secolo scorso in cui venne compiuta un'impresa ritenuta impossibile, ma voluta da un giovane e amato presidente degli Stati Uniti, John F. Kennedy, che lanciò la corsa al nostro satellite con un leggendario discorso nel 1961, davanti a uno stupefatto Congresso: vogliamo la Luna, disse, e la vogliamo entro la fine del decennio. La vogliamo non perché sia facile, ma perché è molto, molto difficile.

Una sfida inaccettabile, che fu però raccolta da Wernher Von Braun, il padre delle terribili V2 tedesche che bombardarono Londra nella Seconda guerra mondiale. Passato, e perdonato, agli americani con i suoi ingegneri in camicia bianca riuscì nell'impossibile, costruì il razzo vettore più potente della storia, il Saturno V, decise la migliore strategia di missione assieme ad altri e sviluppò anche i mezzi di allunaggio veri e propri, che visti oggi sembrano incredibilmente rudimentali e fragili. Ma gli "ingegneri di von Braun" come era chiamata la classe da lui formata era gente che osava, che si prendeva grosse responsabilità e che decideva. La burocrazia e la sventurata introduzione della ideologia del "low cost", che costò carissima all'Agenzia spaziale statunitense invece che farla risparmiare, faranno uscire dalla scena quell'insieme di grandi ingegneri in camicia dalle maniche corte che vediamo in tutti i filmati d'epoca.

Sulla Luna Apollo 11 ci arrivò, alle 22,18 italiane del 20 luglio, con qualche brivido come il blocco di un computer per sovraccarico o il consumo spropositato di carburante, non preventivato. Uscirono dal LEM, il modulo di atterraggio, alle 4,56 italiane del giorno seguente, fecero la famosa impronta e due ore buone di passeggiata, raccolsero una ventina di chili di pietre e polvere lunare da riportare indietro e lasciarono sul nostro satellite degli specchi, grazie ai quali anche oggi possiamo calcolare la distanza Terra Luna con enorme precisione, grazie al laser. Al ritorno fu un delirio di festeggiamenti, l'America aveva dimostrato l'impossibile conquistando la Luna in un tempo ridicolmente breve, come voleva il suo presidente che purtroppo non vide mai questo enorme successo, venne ucciso a Dallas dimostrando che non si può mai essere veramente amati proprio da tutti.

Apollo 11 riportò gli Stati Uniti davanti all'Unione Sovietica che fino ad allora era stata in grande vantaggio con il primo satellite artificiale, lo Sputnik, il primo uomo in orbita, Gagarin, la prima sonda sulla Luna e nella gara si svilupparono tecnologie che ricaddero in ogni campo della nostra vita e di cui ancora oggi beneficiamo. Dalle telecomunicazioni alla miniaturizzazione dell'elettronica, vera carta vincente contro l'Unione Sovietica incapace di proseguire su quella strada. Anzi se una critica si può fare è che negli ultimi decenni viviamo molto di quelle glorie, continuiamo a perfezionare ma non "inventiamo" nulla di nuovo. Causa della nostra vita agiata e tutto sommato comoda? Causa del fatto che non si "osa" più o che i bilanci della ricerca sono oramai ridotti al lumicino dappertutto, e in alcuni Paesi come l'Italia sono al livello indecente?

Può darsi ma lo spirito del tempo, lo zeitgeist, forse sta cambiando, e di nuovo proprio negli Stati Uniti dove l'industria privata da fornitore sovvenzionato dallo Stato, come tuttora è in Europa, è diventata anche attore in prima persona con aziende come SpaceX, Orbital e Boeing che non nascondono le loro velleità, fondate su solide e dimostrate capacità, di fare al più presto ben altro che portare avanti e indietro dalla Stazione Spaziale Internazionale, a 400 chilometri di altezza, rifornimenti vari.

Saranno loro a tornare sulla Luna o a toccare la superficie di Marte? Difficile da dire, la Luna è a soli 400.000 chilometri e con Marte andiamo minimo minimo a 50 milioni, un bel salto. La Nasa per il momento va avanti, con successo, nel suo programma di sviluppo di un nuovo razzo vettore e di una nuova capsula, la Orion, con cui portare gli astronauti prima su un asteroide e poi su Marte. Vedremo, ma certamente, se tutto andrà bene, non occorrerà aspettare altri 45 anni per vedere la prima impronta marziana, forse ne basteranno la metà.

Ma torniamo all'Apollo. In Italia all'epoca le reazioni furono varie, la Luna d'altronde da Ariosto a Leopardi a Pulcinella, che ci va nientemeno che con un veliero, è sempre stato molto affar nostro. Nel 1969 anche scrittori importanti si cimentarono nel commentare l'impresa, come Eugenio Montale, che scrisse un articolo rimasto famoso sul dilemma che si dibatteva in seguito all'allunaggio: quel che era successo toglieva o meno fascino e poesia al nostro satellite? Montale si mise fra i due partiti, quello degli scrittori Zanzotto e Ceronetti, politicamente anche schierati verso l'Unione Sovietica, che erano ostili all'impresa, in senso poetico si intende, e il grande Calvino che con le sue Cosmicomiche non poteva che essere a favore. Montale, di lì a poco premio Nobel per la letteratura, sconsolato fece il Pilato dicendo che la Luna era già stata "sconsacrata" da unpezzo.

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