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Questo articolo è stato pubblicato il 22 settembre 2014 alle ore 09:52.

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Apple ha cominciato a usare la privacy come argomento di marketing, a favore dei propri iPhone e contro Google. Ma a un'analisi più approfondita di policy e pratiche, i due giganti mostrano parecchie analogie. Soprattutto per quanto riguarda le tecniche per tenere ingabbiato l'utente all'interno dei propri ecosistemi, scoraggiando il passaggio alla piattaforma rivale.
Certo è una novità che i diritti degli utenti di piattaforme mobili finiscano al centro della sfida tra colossi. E' conseguenza di questa fase storica, post-Snowden; ma forse Apple è stata spinta ad accelerare anche per via dello scandalo "Fappening" (foto di celebrità rubate dal cloud). Fatto sta che Apple ha appena pubblicato un sito dedicato alla privacy degli utenti e ha dotato di iOs (da qualche giorno disponibile anche in Italia) di speciali barriere di protezione: una password che impedisce anche alla stessa Apple- e alle autorità- di accedere ai dati personali contenuti nel dispositivo. Subito Google ha risposto annunciato che adotterà come default la cifratura dei dati degli utenti, sempre come barriera contro gli spioni di Stato.

Infine, Apple ha esteso al proprio iCloud l'uso delle password a doppia autenticazione. Esplicitamente, il Ceo di Apple Tim Cook si è scagliato contro Google con il solito argomento pro privacy: quando il servizio è gratis (come Android), è "l'utente il prodotto", mentre "noi non leggiamo le email delle persone o i loro messaggi per ottenere dati utili al marketing".
Poi leggi le privacy policy di iTunes e Google Play e scopri che «appaiono omogenee per la privacy. Nessuna delle due garantisce di più gli utenti», dice Guido Scorza, avvocato esperto di questi temi. «Anche se forse Google è più preciso sui dati che tratta mentre Apple è più approssimativa», continua. «Entrambe hanno il "limite" - lato utente - di poter incrociare dati provenienti da servizi diversi e, dunque, di poter costruire profili utenti piuttosto puntuali. Entrambe, infine, allo stato non sembrano applicare la disciplina italiana», aggiunge.

Le varie inchieste giornalistiche (storica quella del 2010 del Wall Street Journal) e ricerche universitarie (come quella dell'University of California, 2012), hanno trovato sia su Android sia su iOs molte app che abusano dei permessi per mettere il naso nei nostri dati personali. Il motivo è il modello di business di gran parte delle app, su entrambe le piattaforme: gratis con pubblicità. Proprio come i servizi internet sbeffeggiati da Cook. E secondo il parere dei Garanti della Privacy europei, c'è una responsabilità anche del gestore della piattaforma quando le terze parti violano la privacy degli utenti.
Le norme invece non garantiscono alcun diritto, all'utente, a cambiare piattaforma. La difficoltà a trasferire i propri contenuti da una piattaforma all'altra è un fattore che disincentiva il passaggio dall'iPhone a un modello Android (o viceversa; mentre non ci sono barriere sostanziali tra modelli Android di diversi produttori). Con la musica acquistata è possibile farlo, manualmente o con app; ma su iOs non c'è Google Music e su Android non c'è iTunes. Si perde la comodità di trovare i propri file automaticamente disponibili su tutti i device della stessa piattaforma grazie allo streaming cloud. La portabilità delle app è negata ed è un problema per chi, negli anni, ha speso un po' di soldi. Altre differenze di policy, dal punto di vista dell'utente, si vedono sui sistemi di pagamento: Android è più aperto, accettando anche quelli con credito telefonico (ma in Italia è possibile solo con Wind) e con Paypal. Differenze anche sui rimborsi per le app acquistate. Su Google Play c'è un pulsante dedicato: con un clic, entro due ore dall'acquisto, è possibile avere il rimborso (a totale discrezione dell'utente). Apple dà più tempo (90 giorni), ma solo se l'app si dimostra non funzionante, piena di bug o ingannevole nella descrizione. Apple tuttavia, a differenza di Google, verifica la correttezza delle app prima di renderle pubbliche. «Le piattaforme sembrano non rispettare le regole sul diritto di recesso- entro 15 giorni-, che pure si applicherebbero sui software», dice Marco Pierani, responsabile rapporti istituzionali di Altroconsumo.

Di fondo c'è che è complicato difendere i diritti degli utenti nei confronti delle grandi piattaforme internazionali. Lo è persino per la privacy- nonostante la rilevanza politica del tema- come dimostra il lungo dibattito intorno alla riforma della Data Protection europea. Le istituzioni UE ne discutono da quasi tre anni, continuando a rinviare la nuova normativa (ancora in bozza). All'ultimo Consiglio Ue (a giugno), la promessa è stata di riuscirci entro il 2015.

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