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Pronta l’Opa cinese su Pirelli

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Pronta l’Opa cinese su Pirelli

  • –Antonella Olivieri

È ormai tutto pronto per l’operazione che porterà Chem China al controllo di Pirelli. «Si chiude entro il week end» ha assicurato ieri Marco Tronchetti Provera che continuerà a far parte della compagine azionaria restando ai vertici del gruppo. Nella newco di cui i cinesi avranno la maggioranza, oltre ai soci italiani resteranno anche i russi di Rosneft. L’Opa per l’eventuale delisting dovrebbe essere lanciata a 15 euro per azione.

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Quel che ormai appare certo è che presto Pirelli avrà un socio di maggioranza cinese, Chem China. Per i dettagli bisognerà attendere l’annuncio dell’Opa che probabilmente arriverà lunedì, visto che anche nel week-end sono in programma i consigli delle società coinvolte in quello che si prospetta come un nuovo maxi-riassetto del gruppo della Bicocca. Ieri, a quanto risulta, si sono riuniti il board di Nuove partecipazioni e quello di UniCredit. Nel fine settimana toccherà a Camfin e Coinv. «Entro il week-end si chiude»: a fine serata è arrivata la conferma ufficiale del presidente Pirelli Marco Tronchetti Provera.

Il mercato si aspetta un’Opa su Pirelli da 7,1 miliardi, a 15 euro per azione, anche se ieri le quotazioni hanno superato di slancio la soglia con un ulteriore rialzo del 2,21% che ha portato il prezzo finale a 15,23 euro. Lo schema dell’operazione - secondo quanto è stato possibile ricostruire - sarebbe ormai definito. In sostanza Camfin dovrebbe vendere la quota di riferimento di Pirelli a Chem China, una quota che agli attuali prezzi di mercato vale un po’ più di 1,8 miliardi. Parte di questi proventi - un po’ meno Rosneft che monetizzerebbe in parte l’investimento - verrebbero reinvestiti in una newco, partecipata a maggioranza dai cinesi, che materialmente lancerà l’Opa su Pirelli. Dopodichè il titolo potrebbe essere delistato da Piazza Affari o meno a seconda delle adesioni all’offerta. Se si arrivasse a controllare più dei due terzi del capitale, la fusione con la newco non quotata sarebbe fattibile a maggioranza. In caso contrario Pirelli continuerebbe a essere quotata, allungando i tempi del riassetto.

A questo punto lo schema si divide sulla parte delle operazioni finanziarie, ma resta unitario nella parte della riorganizzazione industriale. I contatti con il gruppo chimico cinese, un colosso da 70 miliardi di fatturato, riallacciati negli ultimi sei mesi, si basavano sulla ricerca da parte della Pirelli di un partner asiatico per la divisione delle gomme per camion, macchine agricole e macchinari pesanti. Chem China con Aeolus (che è quotata) ha già un’attività nel comparto che, unita con la divisione camion di Pirelli, potrebbe raddoppiare di dimensioni ed espandersi a livello internazionale, collocandosi tra i primi 4-5 produttori a livello mondiale, ma soprattutto elevare la qualità dei pneumatici per i mezzi pesanti che oggi in Cina, a differenza di quanto avviene in altri mercati emergenti come per esempio il Brasile, è ancora tarata sull’utilizzo per “una sola volta” (contro le “tre vite” dei prodotti più evoluti), cosa che provoca seri problemi di smaltimento. Per unire le due attività occorre però prima scorporare e societarizzare la divisione camion di Pirelli, processo già avviato che richiederà almeno tutto quest’anno prima di essere completato. Quindi si dovrebbe procedere con la valutazione delle due società e poi fonderle: il processo, appunto, risulterebbe più spedito se Pirelli, che continuerà a controllare la joint venture, non fosse quotata. Nello schema base - in cui appunto l’attuale Pirelli verrebbe ritirata dal listino di Piazza Affari - la Pirelli Tyre, dopo la separazione societaria dalla parte “Industrial” e quindi concentrata sui pneumatici per auto e moto e in particolare sul segmento “premium” a più alto valore aggiunto, tornerebbe in Borsa - orientativamente nel giro di quattro anni - e il socio cinese si lascerebbe diluire sotto il 50%, per far spazio al mercato, restando pur sempre il primo azionista del gruppo con una quota assolutamente maggioritaria.

L’accordo tra i soci italo-russi, da una parte, e i cinesi, dall’altra, assicurerebbe però la governance in mano italiana, non solo confermando ceo Marco Tronchetti Provera per diversi anni, ma anche tutto il team manageriale della Bicocca che avrebbe la conduzione del business. Clausole statutarie impedirebbero anche in seguito - a meno di procedere a una successiva Opa totalitaria - di trasferire sede e ricerca & sviluppo fuori dall’Italia.

Lo schema B - se non fosse cioè possibile raggiungere il quorum per il delisting - preverebbe tempi più lunghi, ma con l’analogo obiettivo di portare separatamente in quotazione la società dei pneumatici per camion e la società delle gomme premium, entrambe sotto una holding “Pirelli” a maggioranza cinese.

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