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Dossier | N. 18 articoliIl mondo contro il climate change

Il mostro climatico? Perché siamo disarmati, o quasi, nonostante i proclami

Due settimane di dibattito tra i grandi per salvare il mondo dalla catastrofe climatica. In una Parigi martoriata dal terrorismo la Cop21 apre comunque i battenti. Guai, costi quel che costi, a distogliere gli occhi dell'umanità da quello che sarà comunque il destino dei nostri figli se i mali che infliggiamo alla natura dovessero liberare la loro orrenda catena di eventi. Impegnarsi? Un dovere. Azzardare qualche previsione? Un esercizio imbarazzante. Perché i segnali trasmessi dai migliori analisti non sono confortanti.

Di sicuro si concorderà sul fatto che l'allarme climatico è reale, concreto, già devastante, potenzialmente esistenziale. I negazionisti verranno emarginati. La natura li ha definitivamente smentiti. Inutile ricordare ciò di cui sono pieni i giornali, i documentari, i moniti: a meno di drastici interventi entro fine secolo verrà superata , persino doppiata, la zona rossa dei 2 gradi di aumento delle temperature medie rispetto ai valori preindustriali (ora siamo a +0,8). Gli studi dell'Onu preparati per il vertice di Parigi e aggiornati proprio nei giorni scorsi lanciano un segnale addirittura più inquietante: anche mettendo insieme tutti i migliori impegni si arriverà a 2,7 gradi. Un fallimento comunque. Serve di più, molto di più. Emergerà perfino una scansione temporale per l'era del disastro e dunque dei margini per disinnescarlo: cinque, al massimo dieci anni da ora per cambiare decisamente registro nelle emissioni ad effetto serra. Il che significa veloce decarbonizzazione nella filiera energetica, con tutte le sue gigantesche implicazioni sociali e geopolitiche.

Gara di parole
Il dibattito ferve, con tutta la sua foltissima letteratura di contorno. Le questioni politiche si dimenano su come dare sostanza e credibilità all'offerta imbastita dai paesi ricchi sviluppati a quelli poveri, perché questi ultimi si facciano carico di non ripetere o perlomeno a limitare il paradigma sviluppo-inquinamento. Lo potrebbero fare grazie al mega fondo da 100 miliardi di dollari l'anno (Green Climate Fund) che i ricchi sviluppati dovrebbero mettere a loro disposizione, ma che a oggi trova ipotetica copertura solo per un decimo dell'ammontare.

Ed ecco le grandi domande che riguardano i criteri di base per orientare il nuovo corso. Che vanno ben al di là dei quesiti solo apparentemente di matrice tecnologica. Spingere di più sulle energie rinnovabili, che sono già una solida realtà? O magari sulla nuova frontiera della fusione nucleare, che chissà quando arriverà? Correggere, nei giochi normativi e finanziari per obbligare tutti al rispetto degli impegni, l'attuale semi-fallimentare sistema dello scambio di quote Ets faticosamente introdotto in Europa con il finora vano tentativo di diffonderlo nel mondo? O piuttosto affiancarlo, o magari sostituirlo, con una soluzione che in teoria si presenta più razionale ma che finora ha avuto solo qualche pasticciata sperimentazione: una Carbon Tax da imporre in proporzione alle quote stimate e certificate (operazione comunque impervia) di contenuto inquinante nella filiera industriale dei singoli prodotti. Sono solo alcune delle questioni cruciali.

Vuoto a perdere
Parigi ha avuto una lunga preparazione. Pre-Cop21 si sono svolte nelle ultime settimane in mezzo mondo. Anche da noi. Per spianare almeno un po' il terreno. Con scarso successo. Tant'è che l'esame dei documenti preparatori, delle bozze programmatiche, degli schemi dei pre-accordi, mostra più parti vuote che inchiostro. Lungo uno schema di accordo che mostra già ora, una generica soluzione di compromesso: intenzioni condivise, impegni sul “percorso” e molte opzioni tecniche aperte da “mettere progressivamente a punto” lungo un cammino di verifiche che vengono ipotizzate ogni cinque anni.

La Cop21 riunirà i grandi del pianeta e avrà il cappello organizzativo e la benedizione (per modo di dire, visto il corollario a tinte decisamente fosche) delle Nazioni Unite. Che unite, nella specifica occasione, non potranno essere. Se non nella corsa alle contraddizioni, alle ipocrisie che serpeggiano lungo molte delle strategie esibite, alle promesse che si negano da sole, agli impegni che spesso nascondono clamorosi tarroccamenti. Ecco qualche esempio emblematico. Dall'America, dalla Cina, da noi.

Foglia di fico Made in Usa
Le associazioni ambientaliste hanno brindato alla decisione di Obama di bloccare il progetto dell'oleodotto Keystone Xl che dal Canada avrebbe rafforzato non poco le interconnessioni con gli USA. L'oleodotto, che in sette anni di dibattito ha diviso l'America in due, era sotto tiro perché avrebbe facilitato l'esportazione lungo un tracciato di 2mila chilometri, passando per le raffinerie dell'Illinois per poi approdare ai porti petroliferi del Golfo del Messico, del petrolio ricavato dalla lavorazione delle sabbie bituminosa canadesi, assai invasive per l'ambiente. Il richiamo ecologista ha davvero trionfato? Niente affatto. Le motivazioni dello stop, illustrate con singolare candore dallo staff di Obama, di ambientale hanno poco o nulla: rispetto a sette anni fa lo scenario degli approvvigionamenti americani è mutato drasticamente. Gli Usa non hanno più bisogno di approvvigionarsi del greggio altrui.

Questione di affari
L'oleodotto farebbe anzi una concorrenza negativa alla produzione interna americana, che si è moltiplicata grazie al ricorso allo shale gas e dell'omologo tight oil, ovvero alla fatturazione profonda delle rocce con esplosivi e solventi per liberare idrocarburi. Una soluzione che rappresenta un nuovo e poderoso danno per l'ambiente. Il vertice di Parigi dovrà (o meglio, dovrebbe) farci seriamente i conti. L'amministrazione americana vorrà discuterne? Ci pensa il sottosegretario di Stato John Kerry a condire la vigilia con un secco altolà: da Parigi di certo non potrà uscire un trattato e non saranno prese decisioni giuridicamente vincolanti. Immediati i mugugni di Hollande, che conta sulla sostanza, o per lo meno sull'effetto immagine, della kermesse parigina.

Con la Cina, intanto, l'amministrazione americana sembrava aver imbastito un buon patto, se non altro per apparire tutti migliori. Nel settembre dello scorso anno, con congruo anticipo rispetto all'adunata francese, i due colossi hanno siglato e caldamente propagandato sui media di tutto il pianeta un accordo bilaterale in cui si impegnano a ridurre gas serra collaborando nella missione. La Cina si è impegnata ad accrescere di almeno il 20% la quota di energia non fossili, gli Stati Uniti a ridurre poco meno del 30% le emissioni climalteranti già entro il 2025 rispetto ai livelli del 2005. Tutto per iscritto, in corposi documenti inviati ai controllori delle Nazioni Unite che stavano già raccogliendo gli impegni in vista di Parigi a cui nel frattempo hanno dato seguito, anche se più nei proclami che nelle proposte concrete, una settantina di paesi.

Doppia contabilità cinese
Se le contraddizioni americane sono evidenti, quelle cinesi prendono direttamente la forma dei taroccamenti. Vero è che la Cina, martoriata dall'inquinamento ma anche consapevole che le tecnologie dell'energia rinnovabile creerà comunque giganteschi spazi di business, spinge molto sul solare e sull'eolico, oltre che sul nucleare. Ma intanto riportano non smentiti gli analisti del portale italiano www.qualenergia.it (Kyoto Club e Legambiente) che un documento ufficiale del governo dimostra un marcato scostamento tra i consumi effettivi di carbone finora comunicati e quelli reali, superiori del 17%, per oltre 1 miliardo di tonnellate di CO2 emesse in più ogni anno l'atmosfera, più del totale della Germania, il 3% delle emissioni mondiali.

Non solo la Cina è il più grande emettitore mondiale di anidride carbonica ma sarebbe addirittura responsabile di una sottostima. Un documento sfuggito dalle rigide maglie dei controlli statali cinesi? Curioso davvero. Sempre che non abbia fondamento il sospetto di qualche osservatore: in realtà la Cina, dove l'inquinamento delle aree più densamente popolate sta davvero creando quote crescenti di decessi, dove le curiose dinamiche dei social-marketing orientale si materializza a Pechino in enormi pannelli luminosi che raffigurano il sole al tramonto che ormai non si vede più, avrebbe scelto strategicamente di ritoccare al rialzo le stime delle proprie emissioni proprio in vista di un possibile impegno vincolante sui limiti di emissione in percentuale sugli attuali, che dovranno essere ben più minuziosamente certificati da organismi internazionali. Partire da una base più alta potrebbe dare grossi vantaggi.

Italiani stop and go
Nel frattempo noi italiani abbiamo deciso innanzitutto di auto-lodarci. Abbiamo qualche ragione. Anche se ogni motivo di vanto ha un “ma”. Gli ultimi 10-15 anni abbiamo corso più velocemente di tutti nelle energie rinnovabili, ma l'abbiamo fatto, come ormai stranoto, con una politica di sovraincentivazione che ha ribaltato i mega sussidi sulle bollette, gonfiandole ulteriormente rispetto agli extracosti già imposti a cittadini e imprese rispetto alle dinamiche tariffarie degli altri paesi europei. Abbiamo maturato buone competenze tecnologiche e perfino qualche primato (gli inverter, gli accumulatori, gli apparati di controllo, la pianificazione ingegneristica). Ma la maggior parte dei pannelli solari di abbiamo comunque comprati finora all'estero per realizzare a passo di carica installazioni spesso improvvisate in cui il fattore tempo era decisivo per accaparrarsi gli incentivi, facendo così fuggire competenze e risorse. Produciamo meno rifiuti di tanti altri in rapporto al Pil, ma poi li gestiamo nella maniera più nefanda spedendoli in giro per l'Europa magari con i camion aggiungendo ulteriore inquinamento per conferirli a chi e capace riciclarli o “termo valorizzarli” correttamente.

Siamo stati campioni, intanto, nell'attrezzarci per attutire i costi e massimizzare i vantaggi del sistema europeo Ets sulla negoziazione dei diritti di emissione. Molti dei nostri imprenditori, la cui competitività strutturale verso i concorrenti esteri è costantemente messa in discussione da un contesto che impone sovrappesi e sovracosti, si sono comprensibilmente attrezzati acquistando diritti di emissione nei periodi in cui il loro prezzo è crollato ai minimi. Impedire o limitare la possibilità di esercitarli perché magari si deciderà di smontare il sistema ETS? Un sistema magari da affiancare o sostituire con uno schema basato sulla carbon tax? Gli errori, se ci sono stati, non possono essere certo pagati da chi non è responsabile.

Timide proposte
Ed ecco che anche la politica è altalenante, incerta, perfino contraddittoria su questo e su altri fronti strettamente legati ai contenuti del vertice parigino.
C'è chi come Tullio Fanelli, ora ai vertici dell'Enea dopo essere stato commissario dell'Autorità per l'energia, incita a promuovere un drastico passaggio a qualcosa che assomigli alla carbon tax: «Chiamiamola Ica, imposta sul carbone aggiunto. Oppure, se vogliamo farci capire da tutto il mondo, Cat, ovvero carbon added tax». L'appello sembra convincere anche il nostro ministro dell'ambiente Gian Luca Galletti: «Sarebbe un segnale fortissimo, ma non dobbiamo sottovalutare le incognite applicative». Non sembra invece convinto, neanche sulla praticabilità di esplorare l'ipotesi, il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni: dovremo continuare a promuovere le rinnovabili «Attraverso ulteriori meccanismi di mercato quale la definizione di un prezzo della CO2 nel quadro dell'emissions trading» puntualizza Gentiloni in un'intervista al Sole 24 Ore.
Ermete Realacci, colonna storica dell'ambientalismo italiano, sintetizza bene il dilemma tra chi è convinto della supremazia teorica della carbon tax che però si deve scontrare con il realismo dell'esistente. «Guai a puntare a qualcosa di non semplice realizzazione abbandonando quel che c'è. Intanto facciamo funzionare al meglio il sistema ETS, poi vediamo». Già, poi vediamo. Sarà questo l'unico vero slogan, silente e drammatico, che uscirà dal vertice di Parigi?

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