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Dossier Le imprese: una strategia sul clima

Dossier | N. 18 articoliIl mondo contro il climate change

Le imprese: una strategia sul clima

I luoghi comuni dicono che escono solo dalle ciminiere dell'industria le grandi emissioni di anidride carbonica, il gas accusato di scaldare il clima del mondo. Sono luoghi comuni. I dati dicono ben altro e impongono una ricetta differente da quella usata finora, che pare di scarsa efficacia nei risultati. Per esempio bisognerebbe condividere con tutto il mondo, e non sempre nella solita Europa, i vincoli salvaclima. Per esempio bisognerebbe distribuire su tutti, e non sempre sulla sola industria, gli impegni contro le emissioni.

Per questo motivo la Confindustria e il Kyoto Club, associazione delle aziende verdi, hanno fatto il punto con un convegno sulle «opportunità per le imprese italiane legate agli impegni sul clima al 2030» che si è svolto a Roma, al quale imprenditori ed ecologisti veri hanno presentato testimonianze, cifre e suggerimenti su come affrontare il cambiamento del clima del mondo.

Le cifre dicono che in Italia il mondo della produzione è quello che più degli altri ha tagliato i fumi e ne ha subito i costi, e non a caso l'industria sta compiendo quella conversione tecnologica ed etica verso la green economy che altri non fanno. Ma altri segmenti economici e altri Paesi non fanno ciò che potrebbero, e vanno coinvolti.
Dicono ecologisti e imprese: nel negoziato mondiale contro i cambiamenti climatici che si aprirà a fine mese alla Cop21 di Parigi, l'Europa e l'Italia devono ottenere misure di riduzione delle emissioni che siano vincolanti per tutti i Paesi, e non solo per i primi della classe targati Ue, altrimenti saranno solo spese per noi, vantaggi per i concorrenti extraueropei e benefici zero per l'ambiente.

«L'industria italiana guarda ormai da molto tempo al tema della sostenibilità come una opportunità piuttosto che come un vincolo», commenta Gaetano Maccaferri, vicepresidente di Confindustria con delega all'ambiente e alla semplificazione. I successi conseguiti finora nella riduzione delle emissioni si devono all'impegno delle imprese e all'innovazione tecnologica, come dimostrano i risultati della ricerca scientifica nelle energie rinnovabili, nell'efficienza energetica, nelle biotecnologie. «Occorre adottare una politica di dimensioni ben più ampie di quelle attuali», dice; bisogna «includere anche la pubblica amministrazione, che fino a oggi non ha espresso tutte le sue potenzialità». La locuzione di Maccaferri (la pubblica amministrazione non ha espresso tutte le sue potenzialità) è tenue rispetto alla pigrizia del sistema pubblico nel difendere l'ambiente e nella sua solerzia a imporre invece obblighi ad altri. Se ci sono amministrazioni pubbliche virtuose, al contrario basta pensare agli autobus di alcune città, all'abuso di auto camion furgoni, ad alcuni uffici pubblici in condizioni imbarazzanti, al settore residenziale, a quelle moltissime singole persone che — spesso pronte a sostenere con parole veementi la difesa dell'ecologia — nei fatti non cambiano il modo di consumare.

«Siamo in attesa che il Governo definisca le linee guida della futura strategia nazionale per lo sviluppo sostenibile», ricorda la direttrice generale della Confindustria, Marcella Panucci. Ed ecco infatti l'ecologista e deputato Ermete Realacci con i numeri dei rapporti GreenItaly e Relazione sullo stato della Green Economy; oppure le esperienze di Gianluigi Angelantoni (tecnologie per le rinnovabili), di Catia Bastioli (con le plastiche biodegradabili della Novamont) oppure di Enrico Loccioni (la sua impresa di tecnologie per l'automazione è un caso di studio nella sostenibilità). Questi casi di impresa sostenibile dimostrano che l'ecologia è una scienza complessa alle cui conclusioni non si giunge guardando dall'angolino personale del luogo comune.

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