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Perché la Cina vuole evitare la «guerra» con il dollaro

LE MOSSE DELLO YUAN

Perché la Cina vuole evitare la «guerra» con il dollaro

Gli interventi nel mercato valutario offshore delle autorità monetarie di Pechino hanno avuto, per ora, un duplice effetto: hanno di fatto annullato il differenziale con le quotazioni domestiche (onshore) della valuta cinese e ne hanno apprezzato il corso rispetto al dollaro. In tal modo, la Banca centrale intende scoraggiare gli operatori a scommettere su un (ulteriore) deprezzamento dello yuan rispetto alla valuta americana, mostrando che il suo valore puo’ oscillare anche nella direzione opposta.

Tale mossa, se sostenuta nel tempo, indicherebbe un riequilibrio fra due visioni che si confrontano dialetticamente a Pechino.Da un lato, i tecnocrati del regime, riconducibili alla figura dell’autorevole Governatore Zhou Xiaochuan, che spingono, anche aggressivamente, verso riforme di mercato utilizzando come elemento di pressione nella dialettica interna i vincoli derivanti dall’integrazione della Cina nell’economia mondiale e la crescente aspirazione della leadership politica a influire sull’agenda internazionale. Dall’altro, il vertice del partito comunista, riconducibile allo stesso presidente Xi Jinping e ai suoi fedelissimi in seno al comitato centrale del partito che, pur in favore di un’agenda riformista, intendono salvaguardare, prima di tutto, la stabilità complessiva del sistema soprattutto alla vigilia di importanti scadenze domestiche e internazionali.

Tra le prime, è prevista proprio a marzo l’approvazione del tredicesimo piano quinquennale, il primo sotto la presidenza di Xi Jinping, che, dopo averne presentato la bozza al comitato centrale lo scorso ottobre, ha promosso un giro di consultazioni nel Paese che culminerà nelle prossime settimane proprio con l’approvazione da parte dell’assemblea parlamentare. Non a caso, nella riunione economica annuale della leadership tenutasi a fine dicembre, i sette membri del Politburo hanno ribadito l’esigenza di garantire un ambiente macroeconomico stabile per attuare le riforme.

A livello internazionale, sono due le scadenze che guidano il radar politico del vertice di Pechino. La prima è data dall’elezione presidenziale americana il prossimo novembre e dalla campagna elettorale che la precederà, rispetto alla quale Pechino non intende offrire alcun elemento di supporto per rinforzarne la retorica anticinese. In tal senso, un ulteriore deprezzamento della sua valuta sul dollaro rischierebbe di essere stigmatizzato nel consueto rapporto semestrale su eventuali manipolazioni del cambio del dollaro, che il Tesoro americano invia al Congresso in aprile e in ottobre proprio a ridosso della scadenza elettorale.

L’esigenza di evitare occasioni di attrito su questo fronte è avvertita in misura particolarmente forte se si pensa che proprio questa settimana è attesa la comunicazione ufficiale del presidente Barack Obama al direttore generale del Fondo monetario internazionale, Christine Lagarde, riguardo l’approvazione da parte del Congresso di un importante pacchetto di riforma della governance, che consentirà alla Cina di quasi raddoppiare la sua quota diventando così il terzo azionista più importante dell’istituzione multilaterale.

L’altra scadenza internazionale è la presidenza cinese del G-20 che, appena cominciata, si concluderà con il summit di Hangzhou il prossimo settembre in cui per la prima volta la Cina ospiterà i leader delle economie sistemiche e delle maggiori organizzazioni internazionali. Determinata a mostrare un atteggiamento costruttivo su alcuni, importanti dossier economici internazionali, ciò che intende fermamente evitare è che la presidenza si trasformi in una lente di ingrandimento mondiale sulle sue turbolenze finanziarie, come è accaduto nella riunione del G-20 di Ankara lo scorso settembre, in cui i ministri delle Finanze e i governatori delle Banche centrali hanno messo sulla graticola i loro colleghi cinesi.

Proprio l’imperativo della stabilità porterà le autorità monetarie a intervenire in misura crescente con l’obiettivo di stabilizzare i mercati ed evitare un brusco deprezzamento sul dollaro. Se, tuttavia, la loro azione non dovesse essere pienamente credibile nella valutazione dei mercati, riflettendo possibilmente una mediazione amorfa fra le due diverse visioni, le turbolenze si intensificheranno dando la sensazione che le autorità non hanno il controllo degli eventi, una sensazione peraltro già sperimentata ripetutamente, sia pure su scala minore, dalla scorsa estate sino ad ora.