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Il metodo Renzi al passaggio chiave

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Il metodo Renzi al passaggio chiave

  • –Guido Gentili

Conviene di più stare seduto in seconda fila, dietro Germania e Francia, o alzarsi in piedi, sparando un “no” da neo veto-player e denunciando la paralisi di un’Europa avvizzita e doppio-pesista? Tutto si può dire, meno che la partita di Matteo Renzi iniziata al Consiglio europeo dei capi di governo, convocato su Brexit e migranti, sia facile.

di Guido Gentili

A due anni esatti dallo sbarco a Palazzo Chigi, Renzi si trova in una condizione che più scomoda non potrebbe essere.

Quadro internazionale da far tremare i polsi, economia mondiale in rallentamento, mercati finanziari in tensione, elezioni comunali alle viste, esame a Bruxelles della politica economica del governo, referendum popolare sulla riforma del Senato, Legge di stabilità 2017 (con disinnesco, solo per cominciare, di 15 miliardi di clausole di salvaguardia fiscale).

Questo e molto altro (come l’inflazione troppo bassa e la discesa del debito pubblico appesa a un filo). È chiaro che a Renzi sarebbe piaciuto, sia a Roma che a Bruxelles, stare sulla scena con il vento in poppa. La ripresa, per cominciare, misurata in termini di aumento della ricchezza nazionale prodotta (Pil): il governo l’aveva prevista per il 2016 a quota +1,6% ma questa cifra è destinata inesorabilmente ad arretrare.

L’Ocse ieri ha indicato l’1%, e non è solo questione di decimali. La ripresa è lenta, quella poca che c’è stata è frutto per circa la metà della politica monetaria accomodante della BCE guidata da Mario Draghi, non s’avverte ancora, in termini di consumi e investimenti, lo scatenarsi degli animal spirits di un Paese che è stato immerso in una recessione lunga e profonda. E se è vero che la fortuna di una ripresa forte e stabile non dipende (solo) dai decreti dei governi, è altrettanto vero che il racconto ottimista del renzismo non smuove (da solo) le acque facendo salire il Pil e scendere il debito.

In Europa, il primo “cambia-verso” di Renzi-rottamatore prevedeva di rimettere il discussione l’«anacronistico» tetto del 3% del deficit in rapporto al Pil. Poi, conquistato Palazzo Chigi, ha scelto diversamente mettendosi sulla scia della Cancelliera tedesca Angela Merkel ed evitando la via francese, quella che dichiaratamente buca il tetto senza che lo sforamento – l’asse franco-tedesco ha le sue concrete convenienze – susciti più di tanto scandalo ai piani alti della Commissione europea e tra le fila del rigorismo diplomatico e accademico.

Stare sotto il 3%, programmare la discesa del debito, sfornare riforme a raffica (il Jobs act è stato l’architrave del recupero italiano di credibilità), rinviare il pareggio di bilancio, prendersi tutti i margini di flessibilità di bilancio possibili e immaginabili, avviare a Roma una politica espansiva e se del caso (si veda l’abolizione delle tasse sulla casa) non in linea con le “raccomandazioni” di Bruxelles, spingere verso una svolta (più crescita, meno rigore) la politica economica dell’Europa.

Passati due anni, tra torti e ragioni, questa strategia polivalente all’insegna del «noi i compiti a casa li abbiamo fatti, stiamo dentro le regole, vogliamo quello che ci spetta e vogliamo gli investimenti e la crescita, costi quel che costi», è sottoposta a tensioni forti, complici l’arretramento della ripresa a livello mondiale e l’aggrovigliarsi delle incognite geo-politiche. Renzi sta così reagendo alzando la posta, puntando dritto alle asimmetrie dell’Europa a trazione tedesca e, come nel caso del veto italiano sul tetto ai titoli di Stato nel portafoglio delle banche nel quadro della discussione sulla garanzia comune sui depositi, ricalcando il modello negoziale del premier inglese David Cameron. Linea dura, o sì o no.

È chiaro che una simile impostazione, se confermata nel tempo, ne rottama automaticamente un’altra: quella storica che per molti anni – compresa la lunga stagione del berlusconismo insofferente ai vincoli europei – ha visto l’Italia, paese fondatore dell’Europa, in seconda fila dietro la Germania e la Francia. Certo perché Roma si è sempre mostrata poco credibile e vulnerabile sul terreno della finanza pubblica, ma anche perché la modellistica del “vincolo esterno” prevedeva, sul piano politico e culturale, un allineamento quasi a prescindere dal merito dei problemi e dalla discussione sui modi migliori per affrontarli. Prova ne sono i dibattiti, e le decisioni, nel Parlamento nazionale e in quello europeo, di una classe politica distratta se non irresponsabile.

Questione di metodo, non di galateo. Sotto questo profilo, al cospetto di un’Europa che mostra crepe, egoismi profondi e ritardi incolmabili (che fine ha fatto il piano Junker sugli investimenti?), dire le cose come stanno – compresa la reale condizione delle banche tedesche, per fare un esempio – e pretendere uguaglianza di trattamento, non è un errore. Anzi, è un passo avanti. Viceversa, sarebbe disastroso accreditare l’idea, anche sui mercati, che si alza la voce in Europa per rincorrere consensi elettoralistici di brevissimo periodo in Italia. La crescita non arriverebbe comunque e si pagherebbe un prezzo inimmaginabile.

.@guidogentili1

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